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Lettera di risposta al Coordinamento Sardo Non Bruciamoci il futuro

Categoria: Politica
Pubblicato: 11 Febbraio 2014

Pier Franco Devias, candidato Governatore con il Fronte Indipendentista Unidu risponde alla lettera inviata dal Coordinamento Sardo Non Bruciamoci il futuro

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Leggere il vostro documento è confortante. Il Popolo Sardo è come un grande insieme di affluenti che si stanno orientando verso un unico sbocco possibile: quello della difesa della nostra terra dalla speculazione coloniale. Quando abbiamo lanciato il progetto del Fronte abbiamo affrontato in decine di assemblee democratiche e partecipatissime gli stessi temi che voi ponete alla nostra attenzione. È un errore della stampa bollare chi difende la propria terra solo come "ambientalista". È evidente nel vostro documento che non parlate solo di ambiente, i vostri temi toccano la necessità di un piano di sovranità e di democrazia energetica, la possibilità di creare lavoro dal riciclo dei rifiuti, la necessità di sventare le truffe di Stato legate ai "certificati verdi", di restituire alla terra la sua vocazione agricola impedendone la svendita alle grandi multinazionali dell’energia. Parlate insomma della necessità e dell’urgenza di ripristinare un rapporto ecologico fra la civiltà dei Sardi e la loro terra messo a rischio dall’arroganza del potere economico di multinazionali e di istituzioni compiacenti e spesso corrotte.

Non è un caso che abbiamo scelto come slogan per la nostra campagna elettorale che riassume tutti questi nodi: "Difèndeti Sardigna". Il nostro programma è un manuale di autodifesa nei confronti del saccheggio delle nostre risorse naturali e del nostro ambiente e vorrei soffermarmi su alcuni punti.

Partiamo dall’energia che rappresenta il punto di annodamento di diverse criticità di cui soffre la nostra terra. I media ripetono all’unisono che i Sardi hanno fame di energia. Chiediamoci se è vero e chiediamoci soprattutto di quale energia hanno fame i Sardi. Già nel corso della campagna in sostegno al referendum contro il nucleare abbiamo dimostrato ampiamente che la Sardigna produce più del suo fabbisogno energetico. Quindi chi ha bisogno di energia? Non certo i Sardi e non certo le attività produttive del nostro territorio. Ne ha certamente bisogno l’Italia che importa energia attraversa il cavo Sapei (di proprietà della Terna), una sorta di cordone ombelicale al contrario che succhia la nostra energie a tutto vantaggio delle industrie del nord. L’Italia si serve inoltre della produzione energetica "verde" (da fondi rinnovabili) per soddisfare i parametri di Kyoto. Riguardo alla seconda questione sarebbe più utile chiedersi "di quale energia hanno bisogno i Sardi?". Partecipando alle lotte delle comunità in difesa del loro territorio e ai movimenti sociali come quello dei pastori sardi ci siamo resi conto da molto tempo che la reale questione da porre è la "democrazia energetica". Dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione l’autoritarismo energetico, cioè quel sistema che vede la concentrazione della produzione energetica in poche mani. Con il voto praticamente unanime dei Sardi abbiamo fermato il modello nucleare che sarebbe stata la massima realizzazione di questo autoritarismo energetico, ma siamo solo a metà dell’opera. Ora bisogna sradicare le radici della malapianta. Partiremo dall’autoproduzione energetica in agricoltura, prendendo così due piccioni con una fava: rilancio di un settore strategico in crisi e democrazia energetica. Per rilanciare l’allevamento e l’agricoltura sarà utilissimo, fin dal primo giorno in cui ci insedieremo al governo regionale, varare politiche di autoproduzione energetica nelle piccole e medie aziende agricole al fine di abbattere i costi di produzione che oggi, insieme alla pressione fiscale e al prezzo del latte, strozzano la nostra economia. È un investimento di alcune decine di milioni di euro, sicuramente molto meno dei finanziamenti destinati alla realizzazione del Galsi alla quale noi ci opponiamo strenuamente. Ogni azienda avrà la possibilità di diventare produttrice della sua energia, utilizzando fonti energetiche rinnovabili di nuova generazione pagate in conto energia.

Parallelamente dovremo sbarrare la strada al saccheggio dei nostri terreni agricoli. Possiamo ancora permettere che la nostra terra sia suddivisa tra le multinazionali dell’energia, tappezzata di parchi fotovoltaici e termodinamici, trafitta da centinaia di gigantesche pale eoliche che nessuno poi smaltirà e crivellata alla ricerca del gas? A chi giova? Negli anni Settanta il colonialismo italiano, servendosi dei media, dei partiti politici e dei sindacati ci ha convinto che necessitavamo di una grande industria di base per accedere alla modernità e che bisognava abbandonare le campagne, l’artigianato e la piccola e media industria legata al territorio. Oggi, con gli stessi ragionamenti, gli stessi soggetti del disastro di quegli anni ci convincono della fame di energia. Siamo alle solite: bisogni indotti e saccheggio del nostro territorio. La nostra prima mossa sarà dunque quella dell’autodifesa contro la speculazione. Le Regione deve dotarsi del diritto di veto sull’utilizzo di tecnologie obsolete, sia per la riconversione di siti esistenti che ex-novo. Dopo aver varato la moratoria e aver avviato un piano ampio e coraggioso sulla democrazia energetica vareremo immediatamente una legge regionale per il divieto di ampliamento e nuova costruzione di inceneritori su tutto il territorio sardo, in linea con le indicazioni europee per lo smantellamento di quelli preesistenti e per il superamento della logica dell’incenerimento dei rifiuti che possono essere riciclati o compostati. Di pari passo sarà varata anche una legge regionale per il divieto di costruzione di impianti per l’incenerimento di biomasse.

Energia e smaltimento dei rifiuti vanno di pari passo. La Sardigna sta diventando una pattumiera del nord Italia ricco e produttivo e della mafia del meridione italiano. Purtroppo sappiamo benissimo che ci sono Sardi che speculano su questo. L’abbiamo visto con la giunta Soru quando abbiamo cercato di impedire l’arrivo in Sardigna di diverse navi cariche di mondezza dalla Campania e recentemente abbiamo impedito che Olbia diventasse centro di smistamento del percolato siciliano. Ma è solo la punta dell’iceberg. Si va verso l’ampliamento dell’inceneritore di Tossilo (Macomer) e la costruzione di un inceneritore nel sassarese. Daremo battaglia, perché abbiamo la tecnologia per smaltire i rifiuti in maniera eco-compatibile e riuscire a ricavarne anche profitto sociale, cioè per tutti. Insomma il futuro ci riserva due modelli: da una parte ci sono gli inceneritori, i termovalorizzatori (a volte mascherati da industrie energivore) e le centrali a biomassa sostenuti e avallati dai partiti al potere (in questo caso davvero trasversali, centro destra e centro sinistra con il pieno appoggio dei finti Sardisti e degli indipendentisti posticci). Dall’altra parte c’è un sistema di rifiuti zero sostenuto dai comitati, dalle associazioni e dal Fronte Indipendentista Unidu che propone un Piano regionale per lo smaltimento dei rifiuti mediante una filiera di riciclo a impatto ambientale zero con l’incentivazione della raccolta differenziata e con campagne informative mirate rivolte a tutti i cittadini, in particolare ai giovani in età scolare. Per realizzare ciò e arrivare nel giro di pochi anni ad un riciclo tendente al 100% è necessario sostenere con forza la proposta del Fronte, ovvero che la Regione costituisca un Ente regionale proprietario delle materie prime ricavate dalla raccolta differenziata e che reinvesta i proventi finalizzandoli all’abbattimento delle spese della raccolta differenziata e dunque della stessa bolletta al cittadino. Senza un tale provvedimento sarà impossibile realizzare un sistema a rifiuti zero, perché chi dovrà realizzare il riciclo non avrà interesse a farlo.

Bloccare la corsa al far west dell’energia, stabilire regole chiare per cui gli investitori debbano pagare le tasse in Sardigna, garantire lo smaltimento degli impianti con fideiussioni certe sono azioni indispensabili per affermare la sovranità energetica e ristabilire un regime di vera e compiuta democrazia nel nostro Paese. Ma le moratorie purtroppo non risanano l’ambiente compromesso dall’inquinamento. La Sardigna cartolina è una immagine utile per le agenzie di viaggio, ma assolutamente fuorviante per quello che riguarda la realtà delle cose. Grosse parti della nostra isola vanno bonificate, ma non si riesce a capire chi deve bonificare, come, quando e con quali soldi. Noi facciamo un discorso di buon senso: chi ha stabilito che la Sardigna diventasse terra di conquista dell’industria pesante? Chi ha fatto spallucce davanti al sistematico disastro ambientale? Chi ha omesso il soccorso alle popolazioni colpite dalle malattie causate dall’inquinamento industriale? Lo Stato italiano e le multinazionali a cui lo Stato e le sue articolazioni hanno firmato i protocolli d’intesa come deleghe in bianco. Chi deve pagare quindi? Certamente lo Stato italiano, fino all’ultimo centesimo e con gli interessi! Potrete obiettare che la Regione non ha alcuna forza contrattuale per fare rispettare questo basilare principio di verità e giustizia. È uno sbaglio, perché tutto sta nella volontà politica. La Regione sotto il nostro controllo ricorrerà in tutte le sedi necessarie per imporre allo Stato italiano la bonifica di tutte le aree inquinate, non solo di quelle attualmente classificate come SIN che purtroppo risulta largamente incompleta. Stileremo una mappatura approfondita e sistematica di tutte le aree inquinate garantendo la copertura economica per analisi indipendenti e veritiere. Una volta compilata una mappa dettagliata dell’inquinamento chiederemo i danni allo Stato italiano visto che la Sardigna negli ultimi 150 anni risulta sotto la sua giurisdizione, quindi il primo responsabile è lo Stato italiano. Cosa faremo se lo Stato italiano non coprirà i costi integrali delle bonifiche necessarie a mettere in sicurezza il nostro territorio? Lo attaccheremo in ogni sede internazionale, andremo a Bruxelles con alla mano dossier dettagliati, andremo ovunque per dire al mondo che razza di Paese è l’Italia e come tratta i suoi cittadini di serie B e la sua ultima colonia d’oltremare, la Sardigna, fino a creare un vasta indignazione internazionale nei confronti delle sue politiche. Vedrete che alla fine lo Stato, da buon ragioniere, farà i conti e capirà che in confronto al danno di immagine, con pesanti ricadute economiche che noi gli provocheremo, le risorse destinate alle bonifiche saranno noccioline. Le bonifiche d’altronde devono diventare un’occasione di formazione e di lavoro per i lavoratori sardi espulsi dal mercato del lavoro. Scriveremo un Piano Nazionale delle bonifiche che preveda il diritto di prelazione per le imprese specializzate sarde nelle gare d’appalto. Come detto le bonifiche dovranno essere garantite dallo Stato italiano, il cui finanziamento avverrà attraverso i risarcimenti e le garanzie richieste alle aziende responsabili dell’inquinamento o, alternativamente, tramite il fondo nazionale degli interventi straordinari (Protezione Civile). Il Piano sarà caratterizzato dalla  formazione professionale per gli operai cassintegrati o espulsi dal ciclo produttivo e finalizzata all’acquisizione di competenze specifiche per attuare le bonifiche nel Piano.

Le industrie che vorranno investire in Sardigna saranno obbligate ad includere un’accurata stima dei costi (e relativo accaparramento) per lo smaltimento degli impianti e il ripristino del territorio. Non basta cioè dire "chi inquina paga", bisogna avere anche una garanzia che l’inquinamento non ci sarà e che le bonifiche a fine ciclo produttivo saranno garantite da chi ha avuto interesse ad installare gli impianti. Questo faremo e a dimostrazione del fatto che non si tratta di parole sta la storia e la militanza dei componenti del Fronte Indipendentista Unidu, e i molti che ci conoscono sanno che non scherziamo.

Pier Franco Devias

 

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L’indipendenza non si proclama, ma si costruisce ogni giorno

Categoria: Politica
Pubblicato: 31 Gennaio 2014

L’indipendenza non si proclama, ma si costruisce ogni giorno.

Pier Franco Devias, candidato Governatore con il Fronte Indipendentista Unidu é stato intervistato dalla redazione di Sardinia Post

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«L’indipendenza non si proclama, ma si costruisce ogni giorno». È questo il primo assioma di Predu Frantziscu Devias, il più giovane tra i sei candidati governatore: 40 anni da compiere il 30 aprile, nuorese doc, una laurea in Filosofia. Devias guida il Fiu, il Fronte indipendentista unidu che il 16 febbraio corre in sei degli otto collegi elettorali: Cagliari, Oristano, Sassari, Gallura, Nuoro e Ogliastra. Il Fiu è formato da una sola lista, il che vuol dire l’obbligo di superare lo sbarramento minimo – al 5 per cento e non al 10 – per provare a piazzare consiglieri nella massima assemblea sarda.

Devias, lei ci tiene a sottolineare che è un indipendentista e non un separatista. La differenza qual è?

«Il separatismo è una forma di protettorato, non si rompono mai del tutto i legami con la nazione dalla quale ci si allontana. L’indipendentismo, invece, trova il suo fondamento nella negazione della dipendenza».

Il Fiu nasce in piena estate, quando comincia a naufragare il tentativo di unire la galassia indipendentista sarda. Lei stesso è un iscritto di A Manca. Chi c’è dentro il Fronte?

«Il Fiu ha raccolto adesioni a titolo individuale, con un comune denominatore: rifiutare qualsiasi rapporto di collaborazione con le forze italiane. Ci sono persone di A Manca, ma anche di iRs, di Sardigna Natzione e indipendentisti che non hanno mai avuto tessere di partito».

Se alle urne dovesse fare il colpaccio e diventare governatore, quale sarebbe il suo primo atto amministrativo?

«Rivedere una lunga serie di contratti capestro siglati dalla Regione con le multinazionali italiane e straniere. Ci risultano parecchi dubbi e punti oscuri».

Per esempio?

«È sotto gli occhi di tutti la proliferazione spropositata e scandalosa dei centri commerciali. Negli anni è stata autorizzata l’apertura di decine di strutture che stanno distruggendo il commercio della nostra Isola».

Se venissero chiuse, centinaia di lavoratori sardi perderebbero il posto.

«Noi infatti non vogliamo chiudere i centri commerciali, ma regolamentare le autorizzazioni. Non si possono dare ancora licenze. Tra i contratti capestro da rivedere vanno inclusi gli accordi con le multinazionali dell’energia: dall’eolico al fotovoltaico, passando per termodinamico e biomasse. Parliamo di strutture su cui è difficile fare un censimento, se non si sta dentro il Palazzo. Ci sono impianti che dovrebbero nascere, ma di cui nessuno ne sa niente. Il rischio di infiltrazioni mafiose è dietro l’angolo. Un’altra priorità è l’istituzione di un’Agenzia sarda delle entrate: i nostri soldi devono restare qua».

Come si arriva all’indipendenza?

«È un percorso. L’indipendenza non si proclama per decreto, né con la farsa del referendum di cui si parla in questi giorni».

Si riferisce al referendum consultivo proposto dal Psd’Az e che sta dividendo il centrodestra?

«È solo bassa demagogia. I sardisti stanno millantando il nulla. I Fratelli d’Italia, partito alleato dei Quattro Mori, ha già fatto sapere che di indipendentismo non se ne parlerà nemmeno nel centrodestra. Figuriamoci cosa mai potranno raggiungere, se non condividono nemmeno l’obiettivo. Quelli stanno insieme solo per la loro poltrona, non per fare gli interessi dei sardi».

Il Fiu, invece, ha una strada tracciata per arrivare all’indipendenza?

«Certo, è il nostro programma elettorale. L’indipendenza, come dicevo prima, non è una proclamazione fittizia, ma la costruzione di uno sviluppo indipendente. Serve un’economia autonoma, intanto. Per accompagnare il processo vanno realizzate tutta una serie di riforme».

Tempi?

«Non sono brevi. Ma è importante avviare il percorso una volta per tutte».

In una legislatura cosa si può fare?

«Si possono gettare le basi, appunto. La nuova programmazione andrà impostata chiudendo le porte a quanti vengono in Sardegna solo per saccheggiare le nostre risorse, grazie alla complicità degli amministratori locali. Le porte, al contrario, bisognerà aprirle alle nostre imprese che non hanno interesse ad andare via. Per loro andrà riformato l’accesso al credito. Ancora oggi operano nell’Isola aziende che hanno la sede legale altrove, cioè non pagano le tasse in Sardegna. E mai a nessuna è stato chiesto un piano industriale di lungo termine. Ma tutte, specie quelle che sono scappate lasciando solo disoccupazione e inquinamento, hanno ottenuto montagne di finanziamenti pubblici. Il nostro è un indipendentismo programmatico, frutto di un processo produttivo virtuoso. Il Psd’Az, invece, lancia proclami: vuole fare credere ai sardi che l’indipendenza si raggiunge dall’oggi al domani. E poi diventiamo il paradiso. No, non funziona così. Questa è solo una maniera di prendere in giro il prossimo».

Quale industria vuole il Fiu?

«Quella che segue le vocazioni dei territori. L’industrializzazione degli anni Sessanta è fallita perché trovava il suo fondamento nella distruzione della cultura e dell’economia agro-pastorale, ritenuta la culla del banditismo. Agricoltura e pastorizia sono al contrario la materia prima dell’industria alimentare, da legare a sua volta al turismo. Seguire le vocazioni dei territori vuol dire anche fare industria con sughero, marmo e granito».

Da almeno trent’anni uno dei mantra sardi è la destagionalizzazione.

«Fino a quando l’offerta turistica coinciderà col mare, non si faranno passi avanti. Noi vogliamo istituire la tassa di soggiorno estiva per sostenere le cooperative giovanili, cui affidare la gestione dei siti archeologici. Solo in Sardegna ci sono nuraghi e tombe dei giganti. Ma difficilmente si trova una guida turistica tutto l’anno, e che sappia parlare le lingue. Solo così si può destagionalizzare.

Ai sardi la tassa di soggiorno non piace.

«Perché siamo un popolo colonizzato. Abbiamo paura di dire che bisogna pagare per venire nella nostra Isola. Preferiamo pensare che i turisti abbiano il diritto di fare solo i propri comodi, e noi siamo i fedeli servi da accarezzare. La tassa di soggiorno è un’opportunità economica che permette di migliorare i servizi».

I trasporti?

«Del fallimento della Flotta sarda ci resta una sanzione da 10 milioni. L’Europa non impedisce a una pubblica amministrazione di acquistare navi e aerei. L’Ue vieta che vengano utilizzati soldi pubblici quando alterano la libera concorrenza. Se la Sardegna recuperasse i 10 miliardi di credito che ha con l’Italia, saremmo tutti armatori, altroché. Invece andiamo ai tavoli di concertazione a elemosinare i nostri diritti. Costruire l’indipendenza vuol dire anche imporre le nostre condizioni agli interlocutori. Ma non succede, perché da Roma le segreterie dei partiti italiani non lo permettono».

Alessandra Carta

 

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Limba sarda deretu, in totue

Categoria: Politica
Pubblicato: 28 Gennaio 2014

Limba sarda deretu, in totue

"Su Fronte po sa limba sarda". Est custu su nùmene de s'initziativa chi amus fatu su 28 de ghennàrgiu in Casteddu pro presentare is propostas nostras pro sa polìtica linguìstica. In custu addòbiu ant faeddadu Pierluigi Caria, Simona Pau e Maria Paola Dettori, candidados cun su Fronte in sa lista de Casteddu e impignados dae annos in su traballu pro amparare sa limba sarda e in sa pelea pro unu bilinguismu cumpridu.

Custa initziativa l'amus fata in su ex-litzeu Artìsticu Dettori de pratza Dettori in sa Marina, fintzas pro una resone simbòlica, ca in cussa iscola b'at istudiadu Antoni Gramsci in is annos de su ginnàsiu. At cumentzadu s'arresonu Simona Pau, faeddende de s'importàntzia de sa limba in su caminu pro s'autodeterminatzione de su pòpulu sardu. Sighende, Pierluigi Caria at ispiegadu is propostas de polìtica linguìstica de su Fronte e Maria Paola Dettori, a pustis de àere faeddadu de su raportu intre limba e cultura at lègidu poesias de Remundu Piras. Martino Orrù nos at batidu su saludu de is giòvanos indipendentistas de s'Assòtziu Scida.

Tanchende at faeddadu Piersandro Pillonca, interbènnidu comente privadu tzitadinu e non comente giornalista, narende chi "Sa proposta de su Fronte chi is mèdia depant garantire una pertzentuale de sa programmatzione in limba sarda, pro pòdere pigare finantziamentos pùblicos est sa mègius chi apo intesu in is ùrtimos annos".

Amus lègidu unu saludu chi nos at mandadu Roberto Bolognesi chi no est pòtzidu bènnere a s'initziativa e chi ponimus fintzas inoghe: "Deo seo indipendentista a manera mia. Non seo unu stimadore mannu de su stadu e non creo ki independetzia bogiat narrer “indipendentzia statuale”. E seo inter-natzionalista dae cando tenía seixi annos… S’indipendentzia, pro me est fata de medas indipendentzias: cussa economica e cussa curturale sunt is prus de importu pro me. Ma b’est una gerarchía in custas indipendentzias: non bi podet esser indipendentzia economica si non tenes una classe dirigente ki tenet una curtura indipendente, ca una curtura indipendente bolet narrer a tenner una psicología indipendente. E puru pro una politica indipendente bi bolet una conca indipendente. Tando s’indipendentzia curturale, pro me, est s’indipendentzia mamma de totu is áteras indipendentzias. Ma a pitzos de ita dda boles fraigare custa indipendentzia curturale, in unu mundu globalizadu? Mi paret craru: totu cumentzat dae sa limba. Limba e curtura non sunt sa matessi cosa e ne-mancu limba e natzione, ma est sa limba ki ddi dat su colore suo a sa curtura de unu populu. Mancari is sardos de limbas nde tengiat una pariga: totu richesa! Nadu custu, totu su chi potzo atzungher est ki su programma curturale e linguisticu de su Fronte Indipendentista Unidu, dd’ia potzidu scrier deo. E tando bosi fatzo augurios mannos de coro." Roberto Bolognesi

Su video de s'initziativa a Videolina:

 

Lettera di risposta al Gruppo d'Intervento Giuridico

Categoria: Politica
Pubblicato: 21 Gennaio 2014

La lotta per l’indipendenza è in effetti una lotta ecologica, nel senso che lottiamo per ripristinare l’equilibrio tra la civiltà dei sardi e il loro ambiente naturale, messo in pericolo dal saccheggio delle nostre risorse ambientali in nome di una concezione consumistica del turismo.

In seguito alla lettera inviata dal Gruppo d'Intervento Giuridico al nostro candidato governatore per le elezioni sarde del 16 Febbraio, inerente quali politiche ambientali si intendono predisporre ai fini del dissesto idrogeologico, della tutela e valorizzazione paesaggistica, delle reti energetiche e delle bonifiche ambientali, pubblichiamo le risposte del nostro candidato Pier Franco Devias e del Fronte Indipendentista Unidu.

  link al documento sul sito del Gruppo d'Intervento Giuridico

Di seguito, evidenziate, le domande del GrIG e le risposte:

1) il territorio sardo rivela un diffuso rischio idrogeologico, che anche recentemente ha determinato, in concomitanza con eventi atmosferici intensi, l’ennesima calamità innaturale in Gallura, nel Nuorese, nel Campidano, con nuovi lutti e danni materiali. Analogamente le reti idriche isolane attualmente perdono circa l’85% dell’acqua trasportata (dati Ordine dei Geologi, ottobre 2011). Non ritiene che la Regione debba impegnarsi nei prossimi anni in un vero e proprio new deal nel campo del risanamento idrogeologico e della distribuzione idrica, con il sostegno dei fondi comunitari 2014-2020, così anche da fornire occasioni di lavoro per imprese, professionalità, maestranze di ogni livello?

Il fatto da cui dobbiamo partire, se vogliamo essere seri ed onesti verso la nostra gente e le generazioni future, è che il disastro avvenuto a causa dell’alluvione non è dovuto ad una calamità naturale, ma ad una calamità artificiale che è doveroso chiamare con il suo nome: speculazione edilizia. Per decenni sono state disattese tutte quelle semplici regole anche di buon senso che hanno permesso una cementificazione selvaggia in piane alluvionali o ad alto rischio idrogeologico, o lungo argini e canali, la cui manutenzione è nella maggior parte dei casi dimenticata e inesistente. Un dilagante abusivismo spesso condonato e infrastrutture scadenti, spesso con l’utilizzo di materiali di scarto per mantenere bassi i preventivi e quindi vincere le gare d’appalto, sono le vere cause di questa calamità che soltanto gli ingenui e gli oscurantisti possono chiamare “calamità naturale”.

Si rende sicuramente necessario un piano idrogeologico sardo, ben attento alle caratteristiche di tutti i territori a cui tutti gli enti locali dovranno adeguarsi e si rende necessario stabilire controlli ferrei. Mapperemo con precisione le zone sensibili da un punto di vista idro-geologico in modo che nessuno possa dire in futuro “non sapevo” e dirameremo direttive regionali precise sulla non edificabilità in tali zone. È necessario anche rivedere le modalità delle gare d’appalto per le infrastrutture e attribuire un punteggio specifico alle ditte che garantiscano l’utilizzo di materiali idonei e di professionalità certificate. Sul piano dei fondi bisognerà muoversi per sbloccare tutte le risorse necessarie sia comunitarie che statali che regionali. Ci muoveremo in tutte le sedi istituzionali opportune per una repentina messa in sicurezza delle zone a rischio idrogeologico perché pensiamo che non esistano denari meglio spesi rispetto a questo obiettivo.

Mi sembra importante però non fermarsi all’emergenza e fare un ragionamento di più ampio respiro sul consumo del suolo. Nel nostro programma abbiamo individuato, come priorità assoluta, quella di combattere la speculazione edilizia partendo dal principio che il suolo è un bene prezioso e non va sprecato. Scriveremo una legge regionale per la limitazione immediata del consumo di territorio, dell’edificazione e della lottizzazione. Bisogna mettere nero su bianco l’impegno concreto contro l’abusivismo al fine di salvaguardare l’isola, affinché il suolo ancora non cementificato non sia più utilizzato come “moneta corrente” per i bilanci regionali.

Dovremo inoltre mappare con precisione gli ecomostri, anche quelli sanati da condoni edilizi e denunciarne pubblicamente la condizione di corpi estranei al tessuto sociale ed ambientale della nostra nazione. Una cosa è certa, con la nostra amministrazione l’edificabilità in prossimità di zone umide, archeologiche o di altro valore storico per la nostra terra sarà solo un brutto e lontano ricordo.

 

2) il piano paesaggistico regionale (P.P.R.) è una delle migliori realizzazioni scientifico-amministrative nel campo della tutela del territorio a livello nazionale, con ampi apprezzamenti anche all’estero. Pur necessitando di rettifiche e modifiche, l’impianto dell’atto di pianificazione consente la salvaguardia delle parti più pregiate della Sardegna e non bisogna dimenticare che l’ambiente e le coste costituiscono anche la prima attrattiva turistica isolana. Lo scempio edilizio in corso sulle dune di Badesi dimostra a quali nefaste conseguenze può portare l’assenza di un’adeguata tutela. Lo stravolgimento recentemente attuato, insieme alle disposizioni del “piano casa”, costituiscono un pericolo per la tutela ambientale e la sicurezza pubblica nelle aree a maggior rischio idrogeologico: quali iniziative concrete attuerà in proposito?

La lotta per l’indipendenza è in effetti una lotta ecologica, nel senso che lottiamo per ripristinare l’equilibrio tra la civiltà dei sardi e il loro ambiente naturale, messo in pericolo dal saccheggio delle nostre risorse ambientali in nome di una concezione consumistica del turismo. Gli indipendentisti salveranno il nostro ambiente dalla catastrofe tutelando le zone verdi, salvaguardando le zone umide e i sistemi dunali, proteggendo le aree marine e in generale attuando una concreta ed efficace strategia nazionale per la biodiversità. È necessario attuare una politica di tutela e valorizzazione delle coste attraverso la conservazione, il miglioramento e il controllo della fruizione di vaste aree verdi, compresa la tutela delle pinete che, anche se di recente formazione, rientrano ormai nelle caratteristiche tipiche di molte zone costiere e, unitamente ad altre specie boschive, preservano gli equilibri delle zone umide e conservano i sistemi dunali. Sarà nostra cura valorizzare i territori a conformazione particolare, per esempio le zone umide (solo la provincia di Oristano ha circa 6.000 ettari di stagni e paludi), con conseguente sviluppo turistico anche nei mesi invernali (vedi presenza specie migratorie), per quanto riguarda i birdwatchers e i fotografi naturalisti provenienti da ogni parte del mondo. Penso alla relazione presentata alla Conferenza sulla Biodiversità da Ferdinando Spina, presidente del Comitato scientifico della Convenzione sulla conservazione delle specie migratorie (Cms). Condivido con lui l’idea che birdwatching e whalewatching (avvistamento di uccelli migratori e specie rare e mammiferi marini e cetacei) possa costituire una spinta propulsiva per l’economia. Non è come si tende a credere un giro di pochi spiccioli, negli USA ci sono quarantacinque milioni di birdwatchers con un indotto da 20 miliardi di dollari e il fenomeno si sta rapidamente espandendo in Europa e anche qui da noi nell’isola. Perché non coniugare finalmente due termini che fino ad oggi sembravano inconciliabili come “rispetto dell’ambiente” e “lavoro”?

È necessario ripristinare e/o potenziare le aree marine protette, smantellando e bonificando le basi militari adiacenti: Penisola del Sinis – l’Isola di Malu Entu, Tavolara-Punta Coda Cavallo, Capo Caccia-Isola Piana, Capo Carbonara-Villasimius, Isola dell’Asinara. È nostro dovere proteggere tutti quei territori delicati (fauna/flora) con l’istituzione – con un pieno e reale coinvolgimento delle popolazioni – di nuovi parchi regionali e/o oasi protette, vedi zone umide, o nelle zone ove ci sia presenza di fauna protetta (vedi mufloni, daini, cervi, aquile, grifoni, etc.). Penso che tali obiettivi si possono raggiungere solo cercando ed ottenendo il consenso e la convinta partecipazione delle comunità locali e non con l’imposizione autoritaria che desta solo sospetto e ostilità. Il perno della nostra politica ambientalista sarà una strategia organica per la biodiversità. La Sardigna possiede la percentuale di specie endemiche più elevata in assoluto e questa è una ricchezza che dobbiamo utilizzare intelligenetemente e restituire intatta e tutelata alle generazioni future. I comuni, le scuole, le università, le istituzioni dovranno muoversi sinergicamente anche con l’ausilio di fondi idonei a favorire la tutela del territorio, della flora e della fauna in quanto patrimonio unico nel suo genere, mediante la valorizzazione del turismo naturalistico e di percorsi didattici per ogni scuola di ordine e grado. Con la nostra amministrazione i promotori seri e titolati di fattorie didattiche, di percorsi di trekking e di percorsi a cavallo, di turismo rurale, minerario, speleologico, montano ed equestre troveranno un ascolto e una apertura inedita.

 

3) in assenza di un piano energetico regionale, la Sardegna è diventata un vero e proprio far west, dove i progetti per centrali eoliche, centrali solari termodinamiche, centrali a biomassa, ricerche energetiche, lungi dal soddisfare reali necessità di energia “pulita” da fonti rinnovabili (in Sardegna il fabbisogno locale è ampiamente soddisfatto), sono divenuti un drammatico rischio per migliaia di ettari di terreno agricolo e per intere comunità locali esclusivamente per speculare sugli incentivi per le rinnovabili, avendo già prodotto la compromissione di vaste aree interne di elevato pregio ambientale e paesaggistico: che cosa farà in concreto in proposito?

Questo è un punto davvero strategico. Il piano energetico nazionale sardo è stata sempre una rivendicazione indipendentista. Abbiamo il dovere di fermare gli speculatori che ci stanno rubando sole e vento, e di realizzare una vera democrazia energetica.

Per prima cosa è necessario presentare una moratoria delle assegnazioni di licenze alle imprese per la costruzione di impianti eolici, fotovoltaici, biomasse e termodinamici (da ultimi: progetto “Eleonora”; “Martis”; “Sedini”; “Siliqua”, “Bagni Oddini”, Campu Giavesu, “Ottana Energia”). Avete usato una espressione giusta quando avete paragonato la Sardegna al far west, ma noi non vogliamo finire a vivere nelle riserve! Istituiremo la possibilità di veto sull’utilizzo di tecnologie obsolete, scriveremo una legge regionale che vieti l’ampliamento e la nuova costruzione di inceneritori su tutto il territorio sardo, in linea con le indicazioni europee per lo smantellamento di quelli preesistenti e per superare la logica perversa dell’incenerimento dei rifiuti che possono invece essere riciclati o compostati. Vieteremo ugualmente di costruire impianti per l’incenerimento di biomasse. Metteremo la parola fine anche al vergognoso balletto del Galsi e contestualmente ridestineremo i fondi della Sfirs ad esso destinati a lanciare il primo tassello del “Piano per la Democrazia Energetica” centrato su impianti di piccola-media taglia non invasivi e distribuiti uniformemente sul territorio. Ogni lavoratore, ogni famiglia, ogni azienda in Sardigna diventerà proprietaria dell’energia prodotta, in tal modo costruiremo dal basso una rete energetica democratica capace di rendersi autonoma rispetto ai grandi monopoli dell’energia.

 

4) retaggio delle attività minerarie e industriali, in Sardegna c’è la maggiore estensione nazionale di siti contaminati: complessivamente 447.144 ettari rientrano nei due siti di interesse nazionale (S.I.N.) per le bonifiche ambientali del Sulcis-Iglesiente-Guspinese (D.M. n. 468/2001) e di Sassari-Porto Torres (L.n. 179/2002), mentre l’Arcipelago della Maddalena è stato riclassificato (31 gennaio 2013) quale sito di interesse regionale (S.I.R.). Nel silenzio quasi generale a Sarroch bambini presentano alterazioni del d.n.a., mentre a Portoscuso deficit cognitivi a causa del piombo nel sangue. A Porto Torres, invece, sono gli adulti a presentare un campionario di tumori non invidiabile. Che cosa intende fare in concreto per raggiungere una completa bonifica ambientale e affrontare l’evidente emergenza sanitaria?

Il colonialismo italiano non ci ha solo impoverito economicamente e culturalmente, ci ha anche avvelenati, nel senso letterale del termine. Gli indipendentisti avranno il compito di ripulire il nostro Paese dal colonialismo e dai suoi disastri. Per prima cosa dobbiamo istituire la presenza di registri tumorali in tutta la Sardigna a livello provinciale o zonale. La situazione sanitaria è allarmante, soprattutto presso le zone ad alta concentrazione di industrie pesanti e basi militari e i cittadini hanno il diritto di sapere i rischi che corrono. I partiti coloniali hanno finora utilizzato la strategia di riporre la polvere sotto il tappeto, dobbiamo fare in modo che quell’epoca volga al tramonto e renderci protagonisti di una nuova pagina della nostra storia fondata sulla coscienza e sulla chiarezza!

Dobbiamo istituire un Piano Nazionale delle Bonifiche che preveda il diritto di prelazione nelle gare d’appalto per le imprese sarde specializzate. Dobbiamo far valere il principio secondo cui “chi ha sporcato deve pagare”. Dietro a quasi tutti i disastri che avete elencato voi c’è direttamente lo Stato e lo Stato deve pagare. Questa è una battaglia che dobbiamo e possiamo vincere. Alla fine lo Stato cederà e pagherà fino all’ultimo centesimo, perché il danno di immagine che il nostro governo gli causerà a livello internazionale sarà talmente grave che alla fine dovranno cedere. Del resto lo Stato può rifarsi sulle aziende responsabili dell’inquinamento o, alternativamente, attingere dal fondo nazionale degli interventi straordinari (Protezione Civile). Faremo comunque anche valere il principio secondo cui protagonisti delle bonifiche saranno gli operai cassintegrati o espulsi dal ciclo produttivo attraverso l’acquisizione di competenze specifiche per attuare le bonifiche nel Piano.

Parallelamente dovremmo far immediatamente partire inchieste serie da parte di commissioni scientifiche attuate dall’Ente che ci proponiamo di costituire, l’ESSRS (Ente Sardo per lo Sviluppo e la Ricerca Scientifica), in collegamento con gli istituti di ricerca industriale e controllo sanitario, sulle industrie inquinanti con conseguente richiesta di risarcimento ai responsabili del disastro ambientale. Dobbiamo inoltre porre fine ad un approccio remissivo verso gli investimenti esterni. Dobbiamo far valere il principio secondo cui non tutti gli investitori sono sempre ben accetti e tantomeno senza condizioni. Noi metteremo condizioni di democrazia, rispetto dell’ambiente e compatibilità antropica e in questo saremmo alleati della parte più sensibile degli operai i quali non sono disposti a lavorare in condizioni da Terzo Mondo ma esigono per se stessi e per il loro territorio condizioni di sicurezza precise. Per le ditte che vogliano installare nuovi impianti industriali, previa valutazione socio-economica da parte della Regione, istituiremo l’obbligo di includere nel progetto un’accurata stima dei costi per lo smantellamento degli impianti e il ripristino del territorio, con contestuale accantonamento delle risorse necessarie allo scopo. Il nostro governo regionale passerà alla storia anche per l’istituzione di un sistema efficace di controllo nei porti sardi con portali radiometrici gestiti dalle Asl del territorio. Non volgiamo continuare a subire l’ingresso e lo stoccaggio in miniere, cave o discariche, o il loro uttilizzo nei processi industriali, di prodotti radioattivi e fumi di acciaieria.

Queste sono alcune delle nostre proposte. Non si tratta affatto di parole in libertà, chi costituisce il Fronte Indipendentista Unidu lotta da anni contro lo stupro vergognoso della nostra terra ed è in prima linea con i comitati che in questi anni hanno spesso arginato o impedito tali scempi. Ma il lavoro da fare è ancora tanto ed è necessario andare in Regione per avere una seria e intransigente rappresentanza istutuzionale, che sia concretamente e sempre a disposizione per il sostegno di tali lotte. Per questo ci siamo candidati. Per questo vi chiediamo di sostenerci con ogni mezzo!


Pier Franco Devias

 

  link al documento sul sito del Gruppo d'Intervento Giuridico

  (Foto Ansa, Panorama, a.aureli panoramio.com, ecoblog.it)

 

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