×

Messaggio

EU e-Privacy Directive

This website uses cookies to manage authentication, navigation, and other functions. By using our website, you agree that we can place these types of cookies on your device.

View e-Privacy Directive Documents

You have declined cookies. This decision can be reversed.

Su F.I.U. cunsìgiat a sos sardos de votare Nono a su referendum costitutzionale.

Categoria: Politica
Pubblicato: 01 Novembre 2016

bassa NONO REFERENDUM INSTAGRAM

Su Fronte Indipendentista Unidu cunsìgiat a sos sardos de votare Nono a su referendum costitutzionale. Contra a s'afortigamentu de su tzentralismu istatale, contra a s'ocupatzione pro neghe de s'istadu coloniale.

Il Fronte Indipendentista Unidu invita i sardi a votare No al referendum costituzionale. Contro il rafforzamento del centralismo statale, contro l'occupazione causata dallo stato coloniale.

Il prossimo 4 dicembre i sardi e gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi in merito al referendum confermativo riguardo la riforma costituzionale attuata dal Governo Renzi (ddl Boschi, 12/04/2016, in G.U dal 15/04/2016). Dato il procedimento rinforzato previsto per le leggi di riforma costituzionale e alla luce dell'approvazione avvenuta senza maggioranza qualificata (2/3), si rende necessario - ed è in tal senso cruciale - il voto popolare tramite referendum confermativo. Il Sì, confermerebbe quanto attualmente previsto dai 41 articoli della riforma costituzionale, intervento per definizione ad ampio spettro che non riguarda unicamente formazione e poteri del Senato, argomento largamente più discusso; il ddl Boschi incide complessivamente su almeno una decina di elementi cardine dell'architettura istituzionale dello Stato. Il No respingerebbe la riforma.

Innanzitutto, come indipendentisti riteniamo necessario che i sardi si esprimano in questo referendum confermativo il quale, purtroppo, riguarda la Nazione sarda in quanto attualmente inserita nella statualità italiana. In questo quadro costantemente e su innumerevoli fronti agiamo; contro questa integrità, contro l'integrazione del sottosviluppo procede la nostra lotta di liberazione nazionale. Non è presente, dunque, un'idea di partecipazione al voto referendario che incensi l'autonomia, la specialità e né, tanto meno, idolatri la “bellissima” Costituzione italiana nella quale gli interessi nazionali sardi non sono contemplati. Questo primariamente in quanto in essa è contenuto il monolitico e - come lo ha opportunamente definito lo storico Francesco Casula - liberticida art. 5 della Costituzione che sancisce l'indivisibilità della Repubblica e, parimenti, comprime illegittimamente il diritto all'esistenza, al riconoscimento e l'autodeterminazione nazionale, all'indipendenza della Nazione sarda; diritti questi sanciti, tra gli altri, negli articoli introduttivi della Carta dei Diritti dei Popoli (Carta d'Algeri).

Da un punto di vista politico emerge chiaramente la posizione del presidente della Regione Autonoma della Sardegna, Francesco Pigliaru, il quale si è pronunciato in termini favoleggianti sulla riforma - “non posso immaginare  uno Stato centrale che impone ai territori qualcosa che non vogliono. Non è mai successo in Italia e non penso che succederà” - e in seguito si è espresso su presunte garanzie assicurate dalla riforma all'autonomia e alla specialità statutaria della Sardegna. La questione riguarda lo Statuto speciale della RAS e l'idea propagandata dal fronte del Sì circa una “sicurezza” in Sardegna rispetto all'eventuale conferma della riforma. In primo luogo verrebbe da chiedersi, capovolgendo il discorso, se non sia un male che la Sardegna non venga pesantemente condizionata dalla riforma, dal momento che questa viene ritenuta – come affermato da Pigliaru – una riforma opportuna e meritevole. In secondo luogo, va chiarito che l'art. 39 del ddl Boschi riporta delle disposizioni transitorie che non “blindano” assolutamente la Sardegna. Queste, più complessamente, rimandano l'adeguamento statutario regionale ad un secondo passaggio, al quale precederà un'“intesa” tra Governo e Regioni a Statuto speciale sulla materia statutaria che i Consigli regionali dovranno modificare. Questo è un nodo fondamentale, dove il merito teorico-giuridico è irrilevante se non messo in relazione con un piano puramente politico. Il ruolo cruciale è giocato dalla politica e dalla capacità di ricontrattare - nel caso di un'eventuale vittoria del Sì - le condizioni e gli indirizzi in forza dei quali dovrà modificarsi lo Statuto Sardo. Al di là delle questioni tecniche della riforma, come si vedrà in seguito largamente discutibili, questo rappresenta il principale risvolto politico: affidare la ricontrattazione dello Statuto ad intese e trattative dove la rappresentanza della Sardegna è nelle mani di un soggetto che a più riprese nella sua storia ha parlato di cessioni di sovranità e competenze, in luogo di autonomia e indipendenza, di accentramento in organismi sovranazionali, di eserciti e fiscalità comuni, di Stati Uniti d'Europa e istituzioni ispirate a quelle statunitensi. Questo di per sé costituisce un grosso pericolo per il futuro assetto istituzionale della Sardegna, reso già particolarmente squilibrato nella rappresentatività in forza della Legge elettorale sarda approvata trasversalmente nel 2013 da tutta la classe dirigente italiana.

La riforma in senso federalista del 2001 nell'articolo 117 aveva suddiviso le competenze legislative di Stato e Regioni in tre aree. Materie di competenza esclusiva dello Stato, di competenza concorrente (lo Stato determina i princìpi fondamentali, fornisce il quadro legislativo mentre le Regioni legiferano nel rispetto di tali “paletti”) e quelle di competenza residuale delle Regioni. In quest'ultimo ambito lo Stato non ha la possibilità di individuare neanche i principi fondamentali e in questa categoria rientrava tutto ciò che non fosse espressamente di competenza esclusiva dello Stato o concorrente con le Regioni.

Spesso, erroneamente, si è intesa questa come una competenza legislativa “esclusiva” regionale; contrariamente, a livello costituzionale tale definizione era ed è formalmente scorretta. In uno Stato storicamente centralista come quello italiano (le Regioni vennero realmente istituite solo nel 1970-72), non è mai esistita una competenza esclusivamente regionalista e questo è indice del richiamato centralismo che caratterizza la cultura politica italiana e lo sviluppo delle relative istituzioni.

La riforma Boschi cancella la definizione di competenza concorrente, mentre lo Stato centrale avoca a sé molte più competenze di quanto non attribuite con il vecchio art. 117.

La nuova Riforma del Titolo V individua come competenze esclusive dello Stato:

• Il commercio con l’estero;

• L’ordinamento scolastico e l’istruzione universitaria;

• La programmazione strategica per la ricerca scientifica e tecnologica;

• Le norme generali in materia di salute;

• Le norme generali sul governo del territorio;

• La costruzione di porti, aeroporti, infrastrutture, grandi reti di trasporto e navigazione;

• La produzione, il trasporto e la distribuzione dell’energia;

• La valorizzazione dei beni culturali e ambientali e la promozione e l’organizzazione delle attività culturali;

Il superamento del bicameralismo perfetto – con la preminenza legislativa della Camera e un Senato ridotto a funzione di consultazione non vincolante - viene auspicata in Italia da diversi anni e da più parti politiche, per via delle presunte lungaggini tra Camera, Senato ed emendamenti che allungano l’iter legislativo  facendo sì che alcune leggi - nell'immaginario collettivo - divengano già vecchie al momento della promulgazione. Una simile tendenza accentratrice e la relativa propaganda sull'efficientamento dello Stato, sono contenuti già nel Piano di Rinascita democratica di Licio Gelli nella parte relativa alle riforme istituzionali del futuro Stato immaginato dalla Loggia Propaganda 2.

In realtà la retorica sull'efficientamento non corrisponde al reale, dal momento che in Italia la decretazione di legge e l'abuso dell'istituto della fiducia non derivano da un assetto istituzionale eccessivamente decentrato ma, al contrario, da precise linee politiche e dalla cultura politica italiana. Difatti, in molti casi sono noti procedimenti e approvazioni di legge in tempi estremamente contenuti mentre, d'altra parte, si evidenziano tempi biblici su altre tematiche. Rileva quindi la volontà di governo anziché l'assetto centralista delle istituzioni medesime che, già ora, consentono in tempi anche molto rapidi il varo di un provvedimento. 

Noi riteniamo che la questione sia ascrivibile ad una diversa volontà politica sottesa all'una o l'altra decisione, all'interesse specifico e alle forze che questo perseguono o ostacolano. Un dato significativo riguarda a tal proposito il tempo di approvazione riscontrato in alcuni casi ben precisi, alcuni piuttosto eloquenti. Le lacrime della Fornero portarono in dote solo 16 giorni necessari per l'approvazione della norma che generò i tristemente noti “esodati”, categoria inedita nel panorama politico ed economico italiano. I 25 giorni necessari, sempre durante il Governo Monti, a rifinanziare le “missioni all'estero” costituiscono un lasso di tempo di poco superiore ai 20 giorni impiegati per l'approvazione del Lodo Alfano, dichiarato poi incostituzionale l'anno seguente.  Si è detto della volontà politica: al contrario, ci sono voluti oltre tre anni di lavori parlamentari affinché l'ordinamento italiano approvasse il riconoscimento del figlio naturale con l'equiparazione di tutti i figli, siano essi nati all'interno di un vincolo matrimoniale o meno.  

Il Governo non è stato, quando ha voluto, particolarmente contrastato e indebolito dalle lungaggini del Parlamento che lo sosteneva, e questo è confermato anche sotto un profilo dell'efficacia della stessa azione di governo. Nella legislatura 2008-13, è andato in porto ben l'85% delle leggi su iniziativa del Governo.

Nonostante questo si continua a parlare ossessivamente di necessità di sveltire ed efficientare la macchina istituzionale, proseguendo sulla via della tendenza presidenzialista storicamente presente negli italiani e acuita culturalmente da vent'anni di egemonia berlusconiana che hanno definitivamente spianato la strada ad un aggiustamento costituzionale coerente con una sottostante concentrazione a livello strutturale. Il viatico del potenziamento degli Esecutivi e lo svuotamento dei Parlamenti rientra tra l'altro a pieno titolo nelle richiamate raccomandazioni del capitale finanziario europeo (memorandum JP Morgan) riguardo le “soluzioni” per uscire dalla crisi che dovrebbe implementare l'Eurozona e più ampiamente gli Stati membri UE.

La riduzione del numero dei senatori – per i quali è prevista l’immunità parlamentare nonostante non incaricati tramite elezione politica, aspetto non di poco conto - è in teoria propedeutica ad un contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, proposizione puramente propagandistica contenuta nello stesso quesito referendario. L'immunità dei membri, la nomina degli stessi da parte dei Consigli Regionali depotenziati nelle proprie prerogative legislative, ha l'unica funzione di concentrare il potere legislativo nella “Camera bassa” e non ridurre complessivamente il costo di funzionamento delle Camere o delle istituzioni nel loro complesso. La riduzione di indennità si scarica quota parte sui rispettivi consigli regionali che pagheranno i 100 senatori della “Camera alta”, il risparmio effettivo per le spese del Senato sarà nell'ordine dell'8%, ovvero meno di 50 milioni di euro su circa 540 milioni di euro di costi di funzionamento nel 2015. Le cosiddette “spese vive” per il Senato difatti rimangono, come il personale – altamente retribuito – i costi di struttura degli edifici e i servizi connessi. Il “miliardo di tagli” annunciati nel corso dell'ultimo anno e il mirabolante efficientamento delle esose istituzioni pachidermiche, si rivelano semplici grimaldelli dati in pasto all'opinione pubblica alla stregua di panacee.

L’elezione dei senatori attraverso il Consiglio regionale inoltre svuota, e non rafforza, come sostiene il fronte del Sì, il principio democratico secondo il quale il Senato deve essere emanazione degli spiriti e degli interessi delle autonomie locali. Questo tipo di elezione non farà altro che rafforzare il sistema dello scambio di voti. Oltretutto, la carica dei senatori a vita non scompare e il loro peso nel complesso dell'eventuale Senato riformato sarà molto più rilevante dell'attuale incidendo costantemente per il 5% dei componenti: anche questo maggior peso specifico veniva auspicato dalla “Rinascita Democratica” della P2. 

Sparisce la competenza legislativa concorrente originaria della Riforma del Titolo V del 2001 e, inoltre, la riforma prevede l’introduzione di una “Clausola di supremazia”; tramite questa il Governo può intervenire su qualsiasi materia regionale senza limitazioni, ovvero spoglierà di ogni valore la legislazione regionale trasformandola in mera esternazione di facciata di un'autorità che sarà poco più che l'esecuzione diretta della volontà dettata dal potere centrale pro-tempore. Laddove questa volontà regionale non sarà allineata con i supremi interessi nazionali italiani questo livello di governo potrà essere legittimamente esautorato.

La riforma incide pesantemente su proposta di leggi di iniziativa popolare e referendum. L’aumento delle firme per le proposte di legge (da 50.000 a 150.000) e l’aumento della soglia per il referendum abrogativo (dalle attuali 500.000 firme si andrà a 800.000 con l'aggiunta di un controllo di ammissibilità in itinere per mano della Corte Costituzionale); già questi elementi renderanno oggettivamente più difficili da applicare gli istituti di democrazia diretta. O meglio, solo grandi potentati potranno indire e strutturare adeguate campagne referendarie e di proposte legislative, contribuendo queste due previsioni - quota parte - ad incrementare la possibilità di influenza sociale da parte di gruppi via via più ristretti e accentrando ulteriormente il potere politico e di governo nella società civile.  Anche questo è un tassello imprescindibile del disegno neo-centralista: alcuni istituti permangono in un travestimento di decentramento e, qualcuno oserebbe anche, di federalismo, mentre in realtà si svuota l'istituto stesso di ogni potenzialità residua di trasformazione politica e sociale. 

Abolizione CNEL. L’abolizione di un organo che contribuisce all’elaborazione della legislazione economica e svolge attività di consulenza alle camere è uno dei segni più tangibili di come il Governo italiano intenda essere sempre meno condizionato nella pianificazione economica dal lavoro legislativo. Al contempo questo rivela un sempre maggiore condizionamento in materia dall'agenda del grande capitale finanziario europeo e italiano. Una previsione di questo tipo si pone sulla scia delle diverse raccomandazioni contenute nel memoriale della JP Morgan, consigli licenziati ben prima che Renzi diventasse primo ministro nel 2014 e che indica un preciso assetto in tal senso del suo Governo. Un segnale inequivocabile di accettazione dei mercati delle politiche renziane è, nonostante un peggioramento delle condizioni economiche reali negli ultimi anni, il livello minimo registrato per un indicatore particolarmente al centro del dibattito nel corso del 2011: lo SPREAD. 

In sostanza è una manovra estremamente accentratrice che svuota le autonomie locali di veri poteri e competenze, ma sulle quali si influisce pesantemente, al contrario, con meccanismi come pareggio di bilancio. Crea, di fatto, un Senato di nominati secondo le esigenze del governo e non lo “abolisce” in funzione di un monocameralismo che in linea teorica potrebbe essere con i dovuti meccanismi meno centralista, paradossalmente, di una doppia Camera dove, però, il Senato rappresenta lo scendiletto del Governo italiano pro tempore. 

Emblematico è come la Riforma influisce sulla deliberazione dello stato di guerra (art. 78 Cost) - La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari”; e di fatto con un Senato non più elettivo e ristretto, con 316 parlamentari si può deliberare lo stato di guerra. A riprova della pericolosità della questione, un emendamento in proposito era stato presentato proprio da un deputato del Partito Democratico (Galli) con l'ipotesi di portare la maggioranza necessaria per deliberare lo stato di guerra da assoluta (50%) a rinforzata (66%). 

È assurdo parlare di torsione autoritaria. Qui stiamo facendo una rivoluzione che è la rivoluzione del buon senso: meno senatori, meno gente che vive di politica” (Matteo Renzi, 2014).

Il ddl Boschi, personalità che non riveste certo alcuna autorevolezza in campo giuridico e costituzionale, mina seriamente gli istituti di democrazia diretta e, combinato alla legge elettorale, fa sì che il Governo diventi il vero e unico titolare del potere legislativo nonché di quello esecutivo e il fatto che un unico organo dello Stato possa detenere de facto due dei tre poteri. Questi sono i colpi decisivi con i quali si avvia un processo di disarticolazione negli ultimi residui di democrazia formale. Questo schiaccia in prospettiva ancora di più le condizioni reali in cui versa la società sarda, minacciandone e pregiudicandone a lungo termine qualsiasi processo di emancipazione sociale e nazionale.

 

Sostituiamo la targa dedicata a Cossiga!

Categoria: Politica
Pubblicato: 16 Giugno 2016

500x300-Kossiga---SITO-2-px 

Sostituiamo la targa dedicata a Cossiga!


Le strade di Sassari sono già piene di nomi impresentabili, come per esempio vari esponenti della casata Savoia che tanto male fecero al nostro popolo e alla nostra terra ma, a quanto pare, non c'è limite al peggio!

Come se non bastasse, la Giunta Sanna ha dedicato pochi giorni fa un tratto di corso Margherita di Savoia, nel tratto tra via Asproni e il vecchio ospedale civile, a Francesco Cossiga.

Il Fronte Indipendentista Unidu è assolutamente contrario a questa operazione vergognosa. Riteniamo che la commissione toponomastica di Sassari debba piuttosto occuparsi di sostituire tutte le vie e le piazze della nostra città intitolate ai Savoia, sostituendole con nomi dei patrioti sardi dei moti repubblicani e indipendentisti angioyani, con le figure di esponenti del mondo della cultura che ha espresso la Sardigna nel corso della sua lunga storia o restituire i nomi storici seguendo il lavoro fatto da Alessandro Ponzeletti.

Francesco Cossiga, sebbene sardo di origine, non è invece degno di essere ricordato attraverso la dedica di un corso. Fra i tanti misfatti di questo oscuro personaggio ricordiamo la sua piena internità alla Gladio, struttura militare clandestina antisocialista guidata dall'americana CIA nell'ambito del progetto 'Stay Behind'. Questa struttura terroristica alle dipendenze della CIA non era nota al Parlamento, mentre lo era a Cossiga fin dalla sua nomina a sottosegretario alla Difesa nel governo guidato da Moro nel 1966. Da questo momento in poi Cossiga diventerà l'uomo della Gladio. Ricordiamo anche che la Gladio aveva uno dei suoi epicentri clandestini proprio in Sardigna, come se non bastasse la destinazione d'uso ufficiale dell'isola a portaeri NATO del Mediterraneo decisa dalla DC e dai suoi alleati. A Poglina infatti, precisamente a Capo Marrargiu, si sono formati tutti i gladiatori (veri e propri terroristi di Stato) e uomini dei servizi segreti di Paesi alleati, alla faccia della democrazia, e dei diritti e della sicurezza dei sardi a parole tanto cari a Cossiga.

Ricordiamo inoltre che Cossiga nel 1977 diede direttive precise alle forze di polizie causando la morte di diversi militanti della sinistra e del movimento per i diritti civili, fra cui la studentessa romana Giorgiana Masi fucilata alle spalle da un agente e Francesco Lorusso anch'egli freddato dai carabinieri durante una manifestazione di piazza. Ed è a loro che noi dedicheremo il corso che l'amministrazione comunale di Sassari ha deciso di intitolare a Cossiga sostituendo il cartello con una targa uguale e identica recante la seguente dicitura: "Istradòne Giorgiana Masi e Francesco Lorusso".

Non tutti i sardi sono degni di essere ricordati e l'indipendentismo sardo è amico della memoria di tutti gli oppressi che nel mondo si sono levati in piedi contro l'oppressione".

Seguiranno aggiornamenti sull'azione.

Fronte Indipendentista Unidu

 

Indipendentismo sardo: da dove veniamo, dove andiamo.

Categoria: Politica
Pubblicato: 13 Giugno 2016

500x300-Cristiano---SITO-2-px

Sala della Pallacorda, Parigi, 1789

 

Indipendentismo sardo: da dove veniamo, dove andiamo.

Le amministrative del 5 giugno e in particolare il risultato di Cagliari hanno fatto molto discutere sulle strategie del mondo indipendentista. Il risultato della proposta civico-indipendentista guidata dal partito ProgReS e l’incetta di voti dell’area “sovranista” alleata del centro sinistra italiano hanno fatto parlare di fallimento della strategia di non collaborazione con i partiti italiani e di vittoria definitiva della linea di alleanza organica alla “sinistra” italiana come modello indipendentista pragmatico, graduale e di governo.

Le cose stanno davvero così? Facciamo un passo indietro per capire meglio.

All’inizio degli anni Duemila, quando emerse iRS come forza egemone e trainante dell’indipendentismo, chiunque parlasse di “sinistra” veniva etichettato come “non sardo” e al guinzaglio di “categorie italiane”. La linea di iRS era chiara: nessuna collocazione ideologica nell’arco destra-sinistra e nessuna collaborazione o progettualità comune con gli altri soggetti politici indipendentisti. Praticamente in contemporanea nasceva l’organizzazione della sinistra indipendentista A Manca pro s’Indipendèntzia. Dopo una iniziale chiusura dettata da un certo settarismo e influenzata dalle ideologie antagonistiche, aMpI sviluppò una linea politica originale diametralmente opposta a quella di iRS: collocarsi a sinistra e favorire non solo la collaborazione ma addirittura la costruzione di un progetto politico di convergenza indipendentista e nazionale, definito nelle sue tesi politiche più mature “tattica del blocco nazionale”. Nessuno aveva però mai posto in dubbio una questione: l’indipendentismo inteso come linea politica alternativa al blocco politico dei partiti italiani.

Il PsdAz nel frattempo continuava la sua autonoma traiettoria di sempre: andare all’ippodromo pre-elettorale, puntare sul cavallo con più possibilità e partecipare al banchetto in caso di scommessa vincente. Un gioco che ha poco a che fare con le tattiche e le strategie politiche, anche perché a conti fatti le influenze del “partito sardo” sulla politica regionale dal dopoguerra ad oggi sono state praticamente nulle sui punti strategici dell’interesse nazionale dei sardi, anche quando il PsdAz ha potuto esprimere il governatore della Regione Autonoma con Mario Melis. La collocazione del PsdAz non è mai stata dunque né ideologica né tattica, bensì unicamente finalizzata all’ascesa della carriera politica personale di alcuni pesci grossi che di fatto, spesso e volentieri, una volta spiccato il volo staccavano il biglietto per partiti considerati più remunerativi da questo punto di vista.

A rompere il quadro fu un fatto quasi insignificante a cui nessuno all’epoca diede gran peso ma che costituisce i prodromi della deriva entrista e liquidazionista di buona parte dell’indipendentismo. Il PsdAz firmò l’alleanza con il centrodestra nel 2009 per le elezioni regionali e una sua piccola costola minoritaria e priva di spessore politico uscì dal partito con una furiosa polemica scomodando l’antifascismo di Emilio Lussu. Nacquero così i Rossomori di Gesuino Muledda (il nome del movimento appunto è mutuato da uno dei libri di Lussu). Tutto l’antifascismo e l’antidestrismo dei Rossomori si ridusse in una salda adesione ideologica al centro-sinistra italiano che nel frattempo stava terminando la sua metamorfosi storica: da posizioni socialdemocratiche piuttosto di destra e guerrafondaie fin dalla fine degli anni Novanta a vero e proprio polo di attrazione degli interessi più sfacciatamente classisti e antipopolari delle oligarchie dominanti in Italia e prona sponda per la politica dell’Austerity europea implementata dalla Banca Centrale Europea e dall’organismo antidemocratico denominato “Eurogruppo” (quelli che hanno ricattato, umiliato e fatto finire sul lastrico il popolo greco tanto per intenderci!).

Nello stesso periodo incominciarono ad essere visibili i dissidi all’interno di iRS che ne determinarono la scissione. A conti fatti dall’area di iRS vennero fuori due tendenze: proseguire sulla strada della democrazia e dell’indipendenza e collocarsi sotto la protezione del blocco politico denominato “centrosinistra”, liquidando al contempo la democrazia interna e scegliendo i capi politici tramite capacità clientelare e conseguente acclamazione. Così noti personaggi indipendentisti, che avevano fatto dello slogan “né di destra né di sinistra, ma sardi” una bandiera, si convertivano velocemente sulla via di Damasco e organizzavano seminari sulla “nuova idea di sinistra” per giustificare il proprio entrismo nel sistema di alleanze a guida PD.

Le elezioni regionali del 2014 complicarono lo scenario. Mentre i sardisti puntarono sul cavallo sbagliato del “centrodestra”- oramai in disfacimento a livello dell’intero stato italiano e il “centrosinistra” inglobò i diversi cespugli ex indipendentisti raccolti sotto la nuova egida del “sovranismo”- le residue forze indipendentiste non riuscirono a stringere un accordo quadro e si presentarono separate. Ne scaturirono due coraggiose idee di allargamento alla società civile che guardavano oltre le elezioni: Sardegna Possibile, la cui mente strategica era ProgReS, e il Fronte Indipendentista Unidu, la cui anima politica era A Manca pro s’Indipendèntzia.

Sardegna Possibile rifletteva sulla strutturazione leggera di uno spazio politico civico-indipendentista e faceva dell’allargamento ai “non dipendentisti” la sua punta di forza, intuendo giustamente che l’indipendentismo avrebbe dovuto offrire la possibilità a intere compagini della società sarda progressista, e sempre più lontana dal modello oligarchico rappresentato dal “centrosinistra”, di essere accolta in un progetto autocefalo sardo, in cui l’indipendentismo rappresentasse una opzione spendibile e la sintesi. Il progetto del Fronte fece forza sulla determinazione degli indipendentisti di base di superare dal basso le resistenze dei vertici dei movimenti a costruire un fronte unito contro la colonizzazione e il collaborazionismo puntando sulla “democrazia indipendentista”.

Entrambi i progetti si rivelano vincenti e perdenti allo stesso tempo. Vincenti perché mai come alle regionali 2014 l’indipendentismo si fece sentire con i suoi temi e le sue proposte, schiaffeggiando spesso e volentieri pubblicamente gli esponenti dei blocchi legati ai partiti italiani e le loro nuove stampelle “sovraniste”. Perdenti perché, a conti fatti, non esistevano ragioni per cui questi due progetti non potessero convivere sotto lo stesso tetto e soltanto la corsa all’egemonia sull’“allargamento politico” determinò tale spaccatura.

Anche da un punto di vista politico SP e FIU raccolsero consensi inaspettati catalizzando decine di migliaia di voti che soltanto grazie alla loro divisione e a una legge elettorale infame e fascista non permise all’indipendentismo di avere rappresentanza nelle istituzioni regionali. SP in particolare raccolse un consenso davvero da capogiro che si aggirava intorno al 10%; basti pensare ai voti raccolti dal suo candidato governatore, anche se le liste fecero di meno. Anche il Fronte riuscì a raccogliere un buon pacco di consensi se si pensa ai suoi pochi mezzi, al fatto che per le assurde regole imposte non era riuscito a raccogliere le firme in due province e alla capacità attrattiva esercitata da SP. In alcuni paesi superò il 15% dei voti e avrebbe potuto tranquillamente ambire a piazzare una serie di amministratori alle successive elezioni comunali.

Il dopo elezioni fu movimentato. Da una parte, al congresso di ProgReS prevalse una linea di correzione parziale della strategia di Sardegna Possibile e dei suoi limiti strutturali, consistenti nella poca inclusività rispetto alle altre forze indipendentiste e al pericolo di deriva leaderista. Nel Fronte Indipendentista i dissapori si manifestarono quando A Manca pro s’Indipendèntzia ritirò l’appoggio politico al progetto, liquidando le dichiarazioni degli esordi sul “nuovo corso democratico” dell’indipendentismo. Prima aMpI, poi l’ex candidato governatore del FIU, uscirono pubblicamente dichiarando il Fronte una esperienza chiusa e dimostrando che si trattava soltanto di una operazione elettorale fine a se stessa.

La parabola di aMpI finisce qui e dalle sue ceneri è nato recentemente un nuovo soggetto collocato nell’area di sinistra (Libe.r.u.) il quale però prevede solo collaborazione su temi specifici con le altre forze nazionali e non la costruzione di uno spazio politico strutturato, democratico e stabile, a mio avviso facendo da questo punto di vista enormi passi indietro rispetto alla “tattica del blocco nazionale” di A Manca pro s’Indipendèntzia.

Per quanto ininfluente di per se stessa la scelta dei Rossomori di praticare l’entrismo “ideologico” nel centrosinistra ha, obtorto collo, cambiato la storia dell’indipendentismo perché ha aperto un varco in cui si sono insinuati successivamente dirigenti che non provenivano dal classico opportunismo e trasformismo sardista, bensì dall’indipendentismo di tipo nuovo, quello che era nato con una forte connotazione “antisardista” e poco disponibile al compromesso di ogni genere. Il piccolo varco aperto dai Rossomori si è allargato fino ad ingoiare buona parte della dirigenza indipendentista, dimostrando la capacità egemonica e magnetica della classe politica coloniale tutt’altro che “passata sul posto” e, anzi, capace di trarre linfa vitale proprio da quelle componenti che ne avevano criticato più aspramente le fondamenta teoriche basate sull’autonomismo, simboli e retorica compresi.

Con l’avvento della nuova stagione del collaborazionismo le divisioni che avevano contraddistinto dall’interno l’area indipendentista si sono volatilizzate. Discorsi che avevano appassionato centinaia di militanti e che avevano anche incendiato polemicamente gli animi sono invecchiati precocemente. Chi oggi discuterebbe per ore sulla “vera storia della bandiera sarda” o sull’adesione o meno ai principi gandhiani? Chi metterebbe il veto agli indipendentisti di matrice marxista e chi, viceversa, accuserebbe gli indipendentisti non di sinistra di non possedere una visione egualitarista della lotta di liberazione nazionale? Chi si affaccia oggi sulla scena indipendentista faticherebbe a credere ai racconti di certe assemblee e certi confronti che si svolgevano fino a pochissimi anni fa… Cos’è cambiato?

Semplicemente tali questioni sono state spazzate via dalla pratica trasformista di una parte dell’indipendentismo, che è passata armi e bagagli al campo considerato “nemico” fino ad un attimo prima. Le ultime elezioni amministrative hanno come suggellato e avallato questa strategia con il conforto dei consensi elettorali. Molti sono stati i commenti favorevoli all’indipendentismo “pragmatico” che si sporca le mani per il bene della nazione contro l’indipendentismo “purista” incapace di leggere la realtà e condannato a fare “associazionismo culturale”. Le cose sono davvero da porre in questi termini?

Innanzitutto chiediamoci cosa ha prodotto l’indipendentismo “pragmatico” con il suo entrismo. Il pragmatismo americano in filosofia è la teoria dell’utile e della pratica contrapposto ad ogni forma di idealismo e dogmatismo: una teoria è quindi vera a seconda dei risultati pratici che esprime. Quali sono quindi gli utili “pragmatici” e le pratiche prodotte dallo sporcarsi le mani sui principali temi storicamente avanzati dall’agenda indipendentista, vale a dire “lingua sarda”, “occupazione militare”, “fiscalità”, “agroalimentare”, “trasporti”, “spopolamento”, “inquinamento e bonifiche”, “credito”?

Chi segue la politica regionale conosce le risposte: smantellamento di quel poco di politica linguistica presente; atteggiamento supino e servile verso l’Esercito Italiano e il Ministero della difesa; presa in giro della chiusura della vertenza entrate; assenza di una politica di sovranità agroalimentare e di un freno all’espansione cancerosa dei megamercati; isolamento internazionale della Sardegna e sua cattività nelle mani dei monopolisti dei trasporti; moria delle zone interne; subalternità alle multinazionali inquinanti e apertura di nuovi inceneritori; smantellamento del credito sardo a tutto beneficio del credito emiliano. Si potrebbe continuare per pagine e pagine… È questo lo stato che stanno costruendo gli “indipendentisti di governo”? Bene, non ci piace per niente.

Allora la questione è semplice. L’alternativa oggi non si da tra “indipendentisti pragmatici” e “talebani puristi” e nemmeno tra indipendentisti “di sinistra” e “interclassisti”. La vera dialettica intercorre invece tra chi vuole costruire un’alternativa nazionale e chi, per un motivo o per l’altro, adottando una scusa o l’altra, non ne vuole sapere di ciò che in altra sede ho chiamato la “sala della Pallacorda sarda”, ovvero uno spazio politico comune di alternativa al colonialismo, all’autoritarismo e alle oligarchie sarde e internazionali. La scelta in agenda è tra chi ha scelto di capitolare al solito vecchio modello di società sarda subalterna agli interessi e alle logiche funzionali alla statualità italiana e chi invece vuole costruire un percorso di liberazione e di emancipazione completamente alternativo con tutti i sardi e le sarde disponibili.

L’indipendentismo c’entra fino ad un certo punto, perché nell’immediato la questione “indipendenza” non è all’ordine del giorno come lo è invece per esempio in Catalogna. Prima bisogna salvare la nostra terra dalle grinfie di speculatori, avvelenatori, corrotti e oligarchi e per farlo ci serve un grande progetto di salute pubblica.

Ora la domanda è: gli indipendentisti saranno capaci di promuovere questo nuovo corso diventando il punto di riferimento per larghi strati della società e dell’opinione pubblica sarda? Se ci riusciranno, costruiranno le fondamenta del futuro stato sardo attirando a sé le forze sane della nazione sulla base del rispetto di alcuni temi etico-politici fondamentali come la lotta ad ogni discriminazione e il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, avviando un processo di educazione politica di massa, in ogni paese, in ogni borgata, in ogni tanca, in ogni città.

Se falliranno e si faranno invece abbagliare dal luccichio del potere e del governo “ora e subito” o da nuove pulsioni da partitello egemone, dovranno rendere conto alle generazioni future di avere tradito la propria missione storica e di aver accettato di barattare la dignità e la progettualità per qualche cifra tonda nel proprio conto in banca o qualche primo piano in qualche giornale di provincia. Questa l’alternativa. Questa la scelta. Tertium non datur!

 

Cristiano Sabino.

http://sardegnamondo.eu/2016/06/12/indipendentismo-sardo-da-dove-veniamo-dove-andiamo/

 

Aspettando la rivoluzione dei trasporti in Sardegna

Categoria: Politica
Pubblicato: 15 Gennaio 2015

Z Trasporti 500x300

Il Fronte Indipendentista Unidu sulla mancata rivoluzione dei trasporti della giunta Pigliaru

E' quasi trascorso un anno da quando Francesco Pigliaru è andato in treno a Sassari lanciando la rivoluzione dei trasporti: “Sistema da rifare” e ancora “da migliorare nettamente il trasporto locale” che “segna un distacco troppo elevato rispetto ad altri posti del mondo. Il turista non deve arrivare in Sardegna portando l'automobile, rappresenta un costo aggiuntivo” (da “Sardegna Oggi” del 18/01/2014). “Subito il Piano regionale dei trasporti. Entro l'estate verrà siglato il nuovo Contratto di Servizio con Trenitalia per disciplinare il rapporto” (punto di programma sui trasporti pubblicato su “Tiscali Notizie” il 02/04/2014).

Così si presentavano, prima e subito dopo le elezioni, Pigliaru e la sua giunta. Dopo quasi un anno la realtà dei trasporti locali in Sardigna, se non è peggiorata sicuramente è rimasta la stessa lasciata dalla giunta Cappellacci.

Gli otto nuovi treni ATR 365 della spagnola CAF giacciono fermi da circa cinque mesi in attesa di un collaudo da parte della società certificatrice Italcertifer, che dovrebbe essere un ente terzo ed è invece interamente controllata dal gruppo FS, gruppo che controlla anche Trenitalia.

Proprio Trenitalia, grazie a questo ritardo sulla certificazione, sta esercitando forti pressioni sulla regione per ottenere un contratto di servizio totalmente a suo favore. Dettaglio non da poco: la giunta Pigliaru “dimentica” di dirci dove troverà gli oltre venti milioni di euro necessari per l'ammodernamento della rete ferroviaria. Un ammodernamento necessario per un ottimale utilizzo dei nuovi treni.

Ma non è finita qui, giacché c'è un'altra nota dolente del trasporto locale: l'Arst. L'azienda regionale per il trasporto extra urbano versa in condizioni disastrose e nella più totale confusione e approssimazione. Ultimo tonfo di quest'azienda è stata la cancellazione del treno Alghero-Sassari il giorno di Capodanno. Questa cancellazione, decisa senza dare nessun avviso alla clientela, ha lasciato circa settecento passeggeri, recatisi ad Alghero per il veglione, bloccati nella città catalana.

Il Fronte Indipendentista Unidu esprime il suo totale disappunto per questi episodi e denuncia la totale inettitudine di questa giunta, ennesima estensione del potere coloniale in Sardigna, che ci nega la libertà di spostarci nella nostra terra e nel resto del mondo.

Fronte Indipendentista Unidu 

 

Conferenza stampa di presentazione candidato FIU Sassari

Categoria: Politica
Pubblicato: 28 Aprile 2014

Articolo su Sassarinotizie.com:

Sabino è pronto per una nuova lotta: «Voglio diventare il sindaco di Sassari»
28/04/2014 di Daniele Murino

01SASSARI. Il programma del Fronte Indipendentista Unidu è denso e articolato e punta a stravolgere il concetto stesso di città. Diciassette macro temi che vanno dalla riduzione degli stipendi d'oro dei dipendenti pubblici fino all'istituzione di una moneta comunale, e che vedono nelle grandi capitali europee come Berlino e Parigi i modelli da imitare. Un progetto, quello presentato questa mattina dal candidato sindaco Cristiano Sabino, che è stato preparato con la partecipazione dei cittadini e che fa del costo zero il suo vero punto di forza. «Siamo andati in giro per le piazze e per le strade e abbiamo trovato delle soluzioni capaci fare rinascere questa città – ha detto Sabino. La nostra idea di Sassari è differente perché noi siamo differenti: siamo tutti lavoratori, alcuni precari, e vogliamo abbattere la cupola che per anni ha governato questa il capoluogo turritano».

Così tra i punti programmatici spicca la rivisitazione del Puc, la rivitalizzazione delle aree verdi, l'istituzione delle strisce rosa, i cibi a chilometri zero nelle mense scolastiche e ospedaliere, il congelamento del consumo del territorio, la trasparenza negli appalti pubblici, l'affitto con equo canone, l'istituzione di taxi condivisi e del bike sharing. E ovviamente tra i tanti concetti messi sul tavolo dal leader indipendentista non può mancare una delle lotte simbolo del movimento, quella contro la «concorrenza sleale che i questi anni i centri commerciali hanno mosso contro gli esercenti del centro storico».

L'ambizione del Fronte Unidu di proporsi come unica alternativa ai quattro grandi gruppi che si stanno preparando per le elezioni del 25 maggio non è presente solo all'interno del programma ma anche tra i candidati che rappresentano la lista indipendentista. «Voglio diventare il prossimo sindaco di Sassari – ha incalzato Sabino – ma anche se solo uno di noi dovesse riuscire a entrare all'interno del consiglio comunale per il partito piovra e per i suoi dodici apostoli saranno dolori». E anche su eventuali alleanze Sabino non ha dubbi: «Correremo da soli e anche in caso di un eventuale ballottaggio non supporteremo nessuno. Neanche il Movimento Cinque Stelle che prima parla di cambiamento e poi propone come sindaco un ex candidato della lista Sinistra Unita».

(Foto Sassarinotizie.com)


Servizio di Videolina:

ELEZIONI COMUNALI, IL ''FRONTE UNIDU'': «ECCO LA NOSTRA SASSARI»

02

 

 

Pagina 1 di 3

Accesso redazione

Utenti online

Abbiamo 64 visitatori e nessun utente online

Utente