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Documenti di analisi politica

Categoria: Comunicati

MOVIMENTI DI LIBERAZIONE NAZIONALE E SOCIALE CONTRO TROIKA E ASUTERITY

 

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I documenti di analisi scaturiti dagli incontri di formazione sul tema delle politiche di austerità e di autoritarismo economico e politico dettate dall’Unione Europea, organizzati dal Fronte Indipendentista Unidu in collaborazione con l’organizzazione giovanile indipendentista Scida e il collettivo Furia Rossa.

 

SCIDA 

 

Affrontare il tema della liberazione nazionale e sociale contro la troika e le politiche di austerità dell’Unione Europea significa affrontare il tema della democrazia. Infatti, è sempre più evidente come l’Europa contemporanea si trovi in una vera e propria emergenza democratica: autorità sovranazionali (FMI, BCE, UE) tentano di porre tra parentesi la sovranità popolare, con il consenso interessato della classe politica che dirige gli Stati-nazione più importanti e le borghesie di questi. Si tratta di un processo in atto da almeno un ventennio ma giunto al culmine durante la crisi dell’Eurozona, provocando la crescita di movimenti ostili allo stato di cose presenti. È quindi possibile comprendere l’importanza dei movimenti di liberazione nazionale, indipendentisti, perché questa crisi possa risolversi in senso progressista e non reazionario, perché sia messo in discussione l’europeismo come progetto di creazione di un polo capitalista europeo e di federazione non democratica in quanto dominato dagli Stati-nazione oppressori delle nazionalità storiche e, di fatto, indirizzanti la politica attuale dell’Unione Europea. Crediamo sia necessario ritornare alle radici della Rivoluzione Francese; evento storico che ha dato i natali tanto al nazionalismo di liberazione quanto ai movimenti di emancipazione sociale.
La Grande Reazione Europea
Convenzionalmente la Rivoluzione francese è indicata come la madre del nazionalismo come rivendicazione democratico-borghese contro l’aristocrazia feudale e il potere assoluto del sovrano; ciò segnò l’ingresso della nazione e delle masse sulla scena della storia con tre grandi innovazioni:
1. La sovranità appartiene al popolo e non ad un’aristocrazia illuminata o per diritto di sangue
2. La storia può cambiare: il progresso è insito nella natura della società
3. Il popolo, con la sua mobilitazione e organizzazione, può incidere nel cambiamento con una rivoluzione o condizionando le scelte di chi detiene il potere, per migliorare la propria condizione.
L’era neoliberale in Europa, iniziata negli anni’90, al contrario, ha rappresentato una grande reazione del Capitale con l’accelerazione della costruzione del polo capitalista europeo. Questa ha avuto come basi la moneta unica e la BCE come istituzione antidemocratica. Questi due elementi sono stati necessari per conciliare gli interessi opposti della Germania appena riunificata- che si voleva ingabbiare affinché non diventasse una potenza con ambizioni egemoniche, le stesse che avevano provocato i due ultimi conflitti sul continente- e degli altri paesi, specie mediterranei (Italia, Francia in particolare), tramite una sorta di scambio: la Germania ha dato agli altri la propria moneta (l’Euro è più debole del marco e più forte della Lira e delle altre vecchie monete mediterranea) e gli altri Stati hanno acconsentito alla creazione di una Banca Centrale più intransigente della stessa Bundesbank. In questo modo, gli Stati ad alto debito pubblico (Italia, Spagna, Grecia) hanno potuto continuare ad indebitarsi a tassi d’interesse inferiori; la Germania non ha rinunciato al suo modello di Banca Centrale, anzi ne ha ricevuto uno rafforzato: la BCE ha come unico obiettivo chiaro ed esplicito il controllo dell’inflazione; non deve rendere conto a nessuno (né al Parlamento Europeo, né ai parlamenti o ai governi eletti dei singoli Stati) del proprio operato; il suo Statuto può essere cambiato soltanto con l’unanimità dei paesi membri dell’Unione. Per comprendere questa creazione è importante tenere conto del contesto culturale in cui essa è avvenuta: l’adesione alla dottrina neoliberale, caratterizzata dal rifiuto di qualsiasi intervento pubblico a sostegno dell’occupazione e della domanda, in quanto foriero di alti tassi d’inflazione. La stessa dottrina ha poi prodotto altri pilastri dell’Europa contemporanea, da noi più sentiti in quanto giovani lavoratori e studenti: la creazione di una politica comune dell’istruzione superiore (Bologna Process) e la promozione di una politica del lavoro comune (flessibilità, precariato). Politiche funzionali alla creazione di un polo capitalista europeo, penalizzante le periferie dei singoli Stati, come la nostra nazionalità; perciò l’opposizione a tali politiche è stata una caratteristica della nostra organizzazione.
Il contesto storico-economico, invece, è quello di una reazione del Capitale contro le conquiste sociali degli anni precedenti: in particolare, contro lo Stato sociale ed i diritti dei lavoratori, ottenuti sotto la minaccia di una rivoluzione socialista e della forza contrattuale dei movimenti sociali e dei partiti di Sinistra. Significativa l’ascesa della diseguaglianza sociale e delle ricchezze che ha accompagnato il processo europeista dell’ultimo ventennio, epoca in cui ha avuto luogo una redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto con un passo indietro di circa un secolo (vedi Piketty) sul piano dell’uguaglianza sociale. Entro gli Stati-nazione si è affermato il liberalismo centrista (le socialdemocrazie aderiscono al campo liberista, costituendo un bipolarismo falso, perseguendo le medesime politiche economiche e sociali).
Così, possiamo dire che si sono compiute tre regressioni storiche rispetto alla rivoluzione francese:
1. Il potere politico spetta ad una nuova aristocrazia illuminata dall’adesione al neoliberismo (classe politica del duopolio liberale, tecnici “competenti”- vedi Monti, Papademos; vedi l’ostilità verso Syriza e tutti i movimenti di opposizione al sistema, classificati come “populisti”).
2. La storia è finita: la globalizzazione per mezzo del trionfo del capitalismo neoliberale su tutto il pianeta è il traguardo dell’umanità.
3. Il popolo non può incidere in alcun modo; anzi dovrebbe astenersi dalla sovranità per il suo stesso bene (non preoccupare i mercati, gli investitori stranieri- vedi il tradimento del referendum in Grecia ed il tentativo di bloccare un governo di Sinistra in Portogallo)
Tuttavia, abbiamo assistito ad un grande paradosso: durante questa era di reazione si è verificata la crescita dei movimenti di emancipazione nazionale in tutta Europa. L’europeismo, la globalizzazione, la cessione di sovranità degli Stati centrali (la loro apparente debolezza) anziché provocare un livellamento generale ha accresciuto la volontà delle comunità nazionali storiche di governare questo processo di cambiamento, di non subirlo passivamente. Perciò, emerge ovunque la necessità di uno strumento politico (maggiori spazi d’autonomia o Stato indipendente) per attuare politiche in favore della maggioranza delle persone, in contrasto con le politiche neoliberali perseguite a livello centrale sempre utilizzando lo strumento dello Stato. Possiamo dire, in questo senso, che i nazionalismi progressisti si pongono di traverso alla narrazione dei nazionalismi reazionari degli Stati oppressori, che- dopo aver applicato consapevolmente e per gli interessi delle proprie borghesie di riferimento le politiche antisociali, utilizzando lo scudo dell’Europa- ora vorrebbero recuperare la piena sovranità utilizzando il mito di un’Europa sovrastante, come se questa non fosse stata indirizzata dagli stessi Stati, e di una Germania “cattiva”, le cui scelte sono state a lungo tempo condivise.
Intanto, il contesto storico-economico e culturale che ha favorito la creazione del polo capitalista europeo sta mutando: la Crisi del 2008 ha indotto i movimenti antisistema a mettere in soffitta l’idea di Impero (vedi Negri) a riscoprire sia l’esistenza dell’imperialismo- o degli imperialismi- quanto dello Stato non come un’istituzione superata ma come molto attuale, non solo per applicare determinate politiche progressiste ma anche per gestire la globalizzazione (in Sudamerica già da tempo è in atto un processo anti-neoliberista, a differenza di quanto avviene in Occidente, grazie all’uso degli Stati indipendenti; ascesa BRICS evidente con il declino dell’egemonia statunitense, crescita altri paesi come Vietnam dimostra ulteriormente il ruolo attuale dello Stato indipendente, con una classe politica autonoma e non in comunione con poteri esterni, nello sviluppo economico di un paese e nella gestione del processo di globalizzazione economica in modo ottimale per la nazione) .
La Crisi dell’Eurozona (2010) ha rappresentato il culmine della suddetta reazione neoliberale, con la conseguente delegittimazione crescente del neoliberismo e della classe politica bipolare entro gli Stati. La Grecia- malgrado la sua indipendenza statale- è emersa come questione nazionale a causa della propria dipendenza economica e politica nei confronti di autorità esterne che hanno sostituito la sovranità popolare. L’Europa ha perso l’immagine di area di sicurezza, diritti sociali, di libertà e di pace unica al mondo. I nazionalismi di Sinistra emergono come protagonisti contro la regressione neoliberale (vedi crescita Sinn Fein, CUP, ERC BNG e Anova, Bildu) e lotta contro il duopolio liberale assieme ad altri movimenti su scala statale (Podemos, Syriza, KKE, la Sinistra portoghese, il Labour di Corbyn). I movimenti indipendentisti devono avere un ruolo nella rinascita democratica europea contro la troika, l’austerity, la UE e le classi dirigenti degli Stati-nazione: portano avanti il principio del diritto a decidere e della sovranità del popolo sul territorio in cui vive.
Tuttavia, la crisi europea può trovare una soluzione reazionaria. La crisi dell’Eurozona, infatti, ha mostrato una forte divergenza di interessi tra Nord e Sud Europa- prima tenuti assieme dalla stabilità dell’Euro, che garantiva bassi tassi d’interesse per i paesi mediterranei ed un grande avanzo commerciale per la Germania in primis- che potrebbe essere risolta- come avvenuto in tutti i grandi poli capitalisti nel mondo- solo tramite l’affermazione di un’egemonia accettata passivamente o con la guerra. Visto che entrambi i casi sono piuttosto improbabili, la soluzione potrebbe essere un ritorno agli Stati-nazione, con l’ascesa dei nazionalismi reazionari degli oppressori. Un’altra soluzione conservatrice può essere la ristabilizzazione delle economia: il quantitative easing varato dalla nuova direzione BCE di Mario Draghi sta già mostrando effetti “benefici” o la nuova regolamentazione finanziaria (Basilea 3). Il nuovo equilibrio economico impedirebbe di toccare la questione dell’uguaglianza e di rimettere in discussione le politiche reazionarie sul lavoro, quindi neutralizzando tutti i movimenti antisistema. L’Irlanda, ad esempio, pare essersi ripresa dopo aver seguito le politiche di austerità; potrebbe essere l’esempio di soluzione reazionaria alla crisi.
La Sardegna e la Grande Reazione Europea
Questo ventennio reazionario ha coinciso, nella nostra isola, con la fine della Rinascita e l’avvio di un processo di ridefinizione della classe politica unionista. Questa è entrata in crisi non solo con il disincanto popolare riguardo il Piano di Rinascita- già manifestatosi in occasione del vento sardista degli anni’80- e la fine del consistente flusso di denaro che le ha permesso di creare consenso, ma anche con la fine della vecchia classe politica italiana (tangentopoli, la fine dei grandi partiti italiani di massa- DC, PCI, PSI- e la loro sostituzione con partiti in continuità con essi ma del tutto privi della loro capacità di organizzazione, mobilitazione e coinvolgimento sul piano emotivo). Specie a partire dal sorismo (2004-2008), il duopolio unionista ha indossato una maschera sardista al fine di coprire il proprio vuoto ideologico, la propria continuità con la vecchia classe dirigente autonomista oltre che la mancanza di un progetto di sviluppo sardocentrico. Esempi: sovranità del popolo sardo nella statutaria (2007); flotta sarda (Cappellacci), lingua sarda (anche per SEL, richiamante l’eredità del PCI) e agenzia sarda delle entrate bipartisan; proposta referendum indipendenza (votata da 26 consiglieri regionali nel 2012, bocciata per un solo voto).
Inoltre, a partire dagli anni’90, con la crisi del capitalismo di Stato italiano- subentrato massicciamente negli anni’80 per sopperire alla crisi petrolifera che colpì duramente la politica dei poli industriali e i suoi protagonisti privati, come la SIR- si assiste ad una massiccia penetrazione del capitale internazionale. La maggiore sensibilità rilevata verso la sardità può essere, come nel resto d’Europa, anche il segno della volontà di avere il controllo della propria economia e la capacità di gestire in modo indipendente il processo di globalizzazione e di integrazione europea.
L’indipendentismo, negli ultimi venti anni, è cresciuto, quindi, per ragioni interne ed esterne l’isola: ambiente favorevole perché certi messaggi potessero passare, a differenza di quello trovato dall’indipendentismo precedente gli anni’90, appunto a causa della fine della Rinascita. Inoltre, si è verificata la crescita di comitati popolari in difesa dei territori; ulteriore segno, sebbene non necessariamente dotato di consapevolezza e maturità politica sardista, della crescita della volontà di autodeterminazione della nostra comunità nazionale. A ciò bisogna aggiungere anche le mobilitazioni contro il nucleare, contro le scorie, contro le scorie industriali, contro l’occupazione militare.
L’indipendentismo “moderno”- a causa dei dogmi della iRS storica- negli ultimi dieci anni ha formato i propri militanti con l’idea di Europa unita come orizzonte necessario, parlando addirittura di “Sardegna modello Irlanda” seguendo il mito della tigre celtica, poco prima che l’isola gaelica venisse travolta dalla crisi a causa delle sue politiche neoliberiste. Questo atteggiamento ha fatto sì che il nazionalismo sardo- a differenza dei movimenti analoghi in Europa, dallo Sinn Fein alla CUP- si ritrovasse del tutto impreparato di fronte alla nuova situazione creatasi con la crisi dell’eurozona e la diffusione di un sentimento sempre più euroscettico. Sino ad ora, dunque, l’indipendentismo sardo si è dimostrato incapace di fornire un progetto nazionale sardo di emancipazione sociale contro le politiche europee nefaste per la maggioranza del nostro popolo.
La disoccupazione generale aveva un tasso di circa il 12% alla fine del 2008 ed è ora al 18% che diventa addirittura un 32.2% sommando anche gli inattivi (secondo trimestre 2015); la disoccupazione giovanile- tra i giovani tra i 15 e 24 anni- era al 32.5% nel 2009 mentre è al 50.2% oggi, per quelli tra 15 e 29 anni siamo ad oltre il 40%; le famiglie al di sotto del tasso di povertà erano il 20.7% nel 2012 ed il 24.8% nel 2014. (ISTAT)
Pigliaru è stato l’equivalente sardo dell’aristocrazia tecnocratica sul continente europeo. La sua elezione porta con sé il medesimo messaggio reazionario dominante: la competenza vince sulla volontà popolare; la vecchia classe politica di sistema (unionista)- specie quella che ha invocato a gran voce il “tecnico” per salvare l’isola dalla crisi- che ha tutelato se stessa mediante una legge elettorale antidemocratica è quella responsabile; i nuovi movimenti che contro di essa si battono, sono stati etichettati come irresponsabili, incompetenti e inadeguati a governare. Il cosiddetto “sovranismo”- la cooptazione di una parte opportunista dell’indipendentismo sardo entro l’oligarchia che detiene il potere politico e gestisce l’apparato tecnico amministrativo regionale- è ben inserito entro la regressione culturale europea degli ultimi venti anni. Il tentativo di diffondere l’idea di una politica che ha esclusivamente valenza di gestione, a livello “istituzionale”, di potere; ogni progetto di alternativa e opposizione al sistema è inquadrato negativamente, come “mera testimonianza” o “mancanza di responsabilità” di governo. È il tentativo di neutralizzare la lotta di liberazione nazionale, di rendere gli indipendentisti innocui come parte del sistema (processo analogo alle socialdemocrazie europee verso il liberismo); sminuire la dimensione della lotta, di politica come scontro e dell’indipendentismo come un processo di emancipazione e movimento che cerca di inserirsi entro le crisi per volgerle in senso rivoluzionario (recepimento del messaggio reazionario su fine della storia e ostile alla sovranità del potere); il PdS si è inoltre distinto come partito “indipendentista” dei notabili.
Di fronte al peggioramento della condizione sociale di giovani studenti e lavoratori negli anni della crisi europea, la Giunta Pigliaru ha dimostrato di non avere alcun progetto alternativo sardocentrico, di condividere le politiche europee e italiane (applicazione Garanzia Giovani, vanto dei risultati del Jobs Act, che hanno visto l’aumento di contratti a tempo indeterminato a causa degli incentivi e della facilità dei licenziamenti, nessuna opposizione alla Buona Scuola, richiesta al governo di un Masterplan per il Mezzogiorno) di favorire progetti di dipendenza (Piano Sulcis, investimenti del Qatar, Matrica- forse tramontata…). Inoltre, la RAS si è impegnata al rispetto del pareggio di bilancio.
È necessario che il movimento di liberazione nazionale sardo sappia coinvolgere le energie nuove rappresentate, oltre che dai comitati che abbiano citato precedentemente, anche da una gioventù sarda sempre più radicale e non incline al compromesso.
La soluzione progressista agli effetti della crisi in Sardegna passa per la questione nazionale: necessità di un progetto politico nazionale, anticolonialista, di rottura con le politiche dei partiti unionisti, un’alternativa nazionale progressista alla classe dirigente sarda che detiene il potere politico e la gestione dell’apparato burocratico-amministrativo della RAS. Lo sviluppo è anche figlio di una classe dirigente capace di contrattare con i poteri esterni- senza essere ad essi dipendenti, come lo sono gli esponenti dei partiti italiani- per l’interesse della maggioranza della popolazione sarda e interessato a difendere la nostra economia. Obiettivo minimo per la nostra organizzazione: ridefinizione del rapporto con lo Stato centrale con l’acquisizione di competenza primaria su politiche del lavoro e dell’istruzione; creazione di una politica sovrana entro queste due competenze.
L’indipendentismo sardo è il solo che può innalzare la bandiera della democrazia, della sovranità popolare, dell’uguaglianza, in questa epoca storica di reazione, crisi e opportunità.
 
 
 
FURIA ROSSA
 
Una delle caratteristiche principali dell'Europa odierna è l'allontamento dei centri di potere dai luoghi dove il potere viene esercitato. Gli stati nazione usciti dall'Ottocento, che poi hanno funzionato da modello per i nuovi stati nati dopo la caduta del blocco comunista, subiscono un processo di svuotamento delle proprie prerogative ad opera di entità sovranazionali quali l'UE, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale. Vedi quanto è successo ai cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), i paesi dove la crisi ha colpito più duro, sottoposti a una dura cura a base di austerità e demolizione delle garanzie sociali. Tuttavia è in corso parallelamente un processo di rielaborazione dell'identità nazionale. Si tratta di un processo con radici antichissime, quali possono essere quelle che spingono una comunità umana a considerarsi nazione, ma le cui fondamenta più recenti si possono individuare nel cosiddetto Revival etnico che è iniziato negli anni Sessanta. Questo processo ha prodotto i risultati più eclatanti in Scozia e Catalogna, paesi dove il percorso verso l'autodeterminazione è arrivato a livelli altissimi, ma ha coinvolto tante regioni europee, fra cui la Sardegna, dove il consenso elettorale alle forze etnoregionaliste è in aumento costante da vent'anni. Esiste un rapporto fra questi due processi? È possibile svolgere una panoramica delle posizioni dei partiti etnoregionalisti europee rispetto alle politiche di austerità? E infine, come può influire il nuovo corso imposto dalle forze della Troika sull'organizzazione e le strategie delle formazioni etnoregionaliste in Sardegna?
Cercheremo di rispondere a queste domande giovedì 26 novembre a Oristano, non con una conferenza, ma con un dibattito che coinvolgerà anche Marco Santopadre, redattore di contropiano.org, e esperto conoscitore sia delle formazioni etnoregionaliste europee, sia dei movimenti anti-Troika.
L'iniziativa è organizzata in collaborazione con Scida – Giovunus Indipendentistas e Fronte Indipendentista Unidu. È un dato importante, perché a nostro avviso è fondamentale che le organizzazioni indipendentiste prendano posizione sulla questione sociale. L'incapacità, o la mancata volontà, di collocarsi a sinistra o a destra con continuità e con chiarezza è stata, per molte organizzazioni dell'indipendentismo sardo, un elemento di debolezza che ha portato tante persone, sebbene interessate alla materia, a scegliere di supportare formazioni che garantissero maggior impegno sul piano sociale ed economico. Affrontare la questione etnica come se non avesse alcun rapporto col piano politico e sociale, è un comportamento tipico del nazionalismo di destra, quello del razzismo e dell'oscurantismo. Noi riteniamo che i due piani siano strettamente intrecciati, e che la liberazione nazionale e quella sociale, siano due facce della stessa medaglia: colonialismo e capitalismo non si possono sconfiggere uno alla volta. Non vogliamo una Sardegna indipendente po' debadas, la vogliamo libera da ogni forma di oppressione.
E se ci allontaniamo dal piano teorico e ideologico, per scendere su quello pratico e tattico, possiamo notare come ciò che diciamo non è campato per aria. Quanto successo alle ultime elezioni comunali di Barcellona, dove gli indipendentisti di sinistra hanno subito un grosso calo di consensi a vantaggio della coalizione formata, fra gli altri, da Podemos e dal locale movimento di lotta per la casa, rappresenta un'importante lezione. La sinistra indipendentista è stata punita dagli elettori per aver sacrificato per tanti anni, in nome della santa alleanza con la destra indipendentista, le lotte sociali. L'impoverimento e la crisi abitativa sono state trascurate, per mantenere l'accordo con la destra indipendentista. Quest'ultima continuava a imporre politiche di austerità, mentre le due forze insieme proseguivano nel percorso verso l'autodeterminazione. Alla fine tanti elettori hanno scelto di sostenere quelle formazioni che, mettendo da parte il piano della questione nazionale, fornivano una risposta politicamente solida su quello della questione sociale. Il fatto è che è difficile pensare all'indipendenza, se la prospettiva rimane quella dell'oppressione capitalista.
 
 
 
FRONTE INDIPENDENTISTA UNIDU
 
L'accordo firmato dal governo Tsipras è una vera e propria capitolazione che decreta la potenziale fine della Grecia come paese sovrano e democratico, sancisce il principio per cui istituzioni antidemocratiche e non votate da nessuno come quelle che fanno capo alla cosiddetta "Troika" (Fondo Monetario-Ue-Banca Centrale) e dell' "Eurogruppo", (di fatto un organismo fantasma che non lascia neppure verbali), possano decidere della vita e della morte di un intero popolo e dettare legge sui sui bisogni fondamentali ignorando bellamente risultati elettorali e referendari.
Di fronte allo scempio che è stato fatto del popolo greco e alla capitolazione della componente maggioritaria del partito Syriza l'indipendentismo sardo deve a nostro avviso prendere una posizione chiara e netta che rompa con le ambiguità del passato e con le pregresse dichiarazioni europeiste di diverse formazioni politiche nazionali sarde. Dobbiamo, insomma, chiarire la nostra collocazione internazionale. Dall'aggressione imperialista in Ucraina mediante il sostegno europeo ad un governo golpista e filonazista, alla guerra economica contro il popolo greco, al sostegno alle milizie jihadiste e terroriste al fine di destabilizzare la sovranità politica e l'autodeterminazione economica di ogni Stato non corrispondente ai dettami dell'imperialismo occidentale e degli interessi geostrategici della NATO.
È necessario aprire un dibattito franco ed urgente all'interno del mondo indipendentista su alcune questioni di fondo di massima urgenza che stanno andando a costituire i presupposti materiali di una crisi politica, economica e militare internazionale di straordinaria importanza aprendo una scenario di guerre economica e guerra guerreggiata che non può e non deve lasciarci indifferenti o ignavi, tanto più considerando la condizione di occupazione militare della nostra Nazione da parte del blocco atlantico.
La lista della spesa decisa dalle oligarchie della UE a cui il governo Tsipras ha sacrificato la democrazia e la sovranità del suo Paese è un ultimatum di guerra (48 ore di tempo per approvare in bianco una nuova agenda economica reazionaria) che ricorda da vicino l'arroganza con cui l'Impero asburgico intimò alla Serbia nel 1914 di piegarsi senza condizioni e di rinunciare alla sua sovranità.
1. Riforma dell'IVA e fiscale: vengono in pratica cancellate le agevolazioni agli agricoltori e gli sgravi fiscali agli operatori turistici, anche delle isole minori più difficilmente raggiungibili. Inoltre sale l'Iva anche su alcuni prodotti di prima necessità. Ovviamente il gettito fiscale recuperato non andrà alla collettività, sarà bensì destinato a ripagare gli interessi del "debito" con i creditori.
2. L'età pensionabile viene alzata a 67 anni, i prepensionamenti aboliti e le pensioni minime (bassissime) non saranno più integrate da sussidi pubblici, in una nazione che conta 1/3 del popolo sotto la soglia di povertà.
3. I "Fiscal Council" sono a tutti gli effetti dei commissari che esautorano il governo greco in materia fiscale. In materia di "Patto di stabilità" questi organismi direttamente dipendenti dalla Troika possono introdurre tagli automatici funzionando come un meccanismo indipendente dalla sovranità e democrazia del paese, favorendo un aggiustamento strutturale di impronta neo-liberista.
4. Cancellazione di alcune tutele sul lavoro e del divieto di licenziamenti collettivi. La linea ultraliberista oramai sposata in pieno anche dalle vecchie sinistre europee (SPD tedesca, Socialisti francesi e cosiddetto "centrosinistra" italiano) viene applicata cinicamente ai lavoratori greci. Vengono cancellate le contrattazioni collettive e i licenziamenti vengono facilitati sul modello del Jobs Act italiano di matrice statunitense.
5. Privatizzazioni. Viene istituito un "fondo indipendente" che in paratica sancisce l'esproprio dei beni pubbici greci ipotecandoli a "garanzia" dei prestiti ricevuti dal terzo piano di "aiuti" previsto. Ovviamente la metà di questi fondi andrà a finire nel buco nero delle banche e dei "creditori" (25 miliardi), un quarto andrà a ripagare i debiti e soltanto il restante quarto sarà utilizzato per la crescita economica del Paese. In pratica 3 beni pubblici su quattro ipotecati finiranno nella disponibilità di banche private, FMI, BCE.
6. La Troika torna ad insediarsi ad Atene. La linea del governo Tsipras era stata quella della non trattativa con gli organismi antidemocratici e non riconosciuti della Troika. Ora Tsipras con questo accordo-capitolazione si impegna a riconoscere tali "istituzioni". Vale a dire un ulteriore commissariamento politico, oltreché fiscale.
7. Rimane almeno fino al 2016 la odiata e contestata tassa sugli immobili che ha mandato sul lastrico finora centinaia di migliaia di greci.
Da questo diktat si evince chiaramente la natura predatrice e neoliberista dell'assetto che si va delineando in Unione Europea. Addirittura la UE a trazione tedesca, industriale, finanziaria e politica, ha espresso posizioni ancora più oltranziste e reazionarie, (vedi quelle propugnate dal mininistro delle finanze tedesco Schäuble), che hanno suscitato l'opposizione non solo del fragile governo greco, ma anche di personaggi che sicuramente non rientrano in un'area politica socialista o progressista. Parliamo di Mario Draghi - forse perché questo intuisce che il prossimo Stato a tensione finanziaria e sociale da mettere nel mirino possa essere l'Italia - ma anche di Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, che ha reputato insostenibile qualsiasi "piano europeo" che non preveda, oltre alle "riforme", un taglio consistente al debito gravante sullo Stato greco. Una posizione adottata probabilmente sulla base delle preoccupazioni statunitensi che eventuali eccessi tedeschi possano costringere Atene a cercare una sponda a Mosca e Pechino, oltre le preoccupazioni di Parigi che comprende come l'intransigenza di Berlino sia in realtà rivolta al partner francese.
In pratica si impone un diktat di misure – è il caso di dirlo – draconiane ad un popolo in cambio di una ulteriore ondata di prestiti che non fanno altro che legare ancora di più la Grecia all'oligarchia della UE. Sul taglio del debito invece nulla di preciso, ma solo vaque promesse sulla possibile ma imprecisata «riconsiderazione di possibili misure addizionali per assicurare la sostenibilità» che in pratica si concretizza in un possibile allungamento del periodo in cui non si pagano gli interessi sul debito. Esclusa a priori invece la ristrutturazione nominale del debito stesso.
Il Fronte Indipendentita Unidu esprime a nome del Popolo Sardo solidarietà internazionalista al Popolo Greco che sta subendo una vera e propria azione di guerra economica e psicologica da parte degli oligarchi e delle "istituzioni" della Troika, completamente fuori controllo anche dai consueti meccanismi della democrazia borghese e rappresentativa, cioè dei principi di democrazia liberale e di sovranità statale affermatesi in epoca moderna.
Il Fronte Indipendentista Unidu ritiene che i lavoratori greci non siano debitori verso nessuno e che il meccanismo del debito e conseguentemente tutti i meccanismi ad esso collegati, come ad esempio il "patto di stabilità e crescita europeo", debbano essere ripudiati e cancellati. Com'è possibile che la Grecia venga saccheggiata a causa di prestiti di cui la maggior parte dei cittadini greci non ha alcuna responsabilità e benefici?
Il Fronte Indipendentista Unidu ritiene necessario aprire gli occhi al Popolo Sardo sulla vera natura antidemocratica e usuraria della UE. L'Unione Europea, al di là della propaganda messa in campo, nel corso degli ultimi quindici anni ha solo rafforzato la propria posizione di tutela delle classi dominanti e del Capitale transnazionale, tutto a discapito dei disoccupati, dei pensionati, degli studenti, dei lavoratori e dei popoli sia quelli rappresentanti da uno stato (come appunto quello greco), sia quelli senza uno stato (catalani, baschi, corsi, sardi, ecc.). La UE è stata inoltre il contenitore economico entro il quale scaricare migliaia di miliardi di titoli tossici (sub-prime), naturale risvolto dell'imperialismo finanziario USA e fattore determinate dell'attuale recessione europea.
Il Fronte Indipendentista Unidu ritiene che le misure di "austerity" messe in campo contro il Popolo Greco non siano né evitabili, né riformabili, né emendabili o in alcun modo correggibili, ma costituiscano la struttura stessa dell'edificio oligarchico europeo. In altri termini, a queste condizioni, non è praticabile nemmeno un minimo progetto riformista capace di cambiare i rapporti di forza interni alla Ue, dal momento che i suoi trattati e le sue decisioni di vertice prevedono meccanismi coercitivi alieni rispetto alla volontà popolare e classisti nella misura in cui le disuguaglianze interne ai singoli stati membri e tra gli stati membri stessi sono in netta crescita. Lo stesso ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, in una ormai famosa intervista sul giornale britannico New Statesman, ha ben chiarito i meccanismi antidemocratici su cui si regge l'oligarchia finanziaria UE: «Schäuble è stato coerente in tutto. La sua visione era "Non sto discutendo il programma - Questo è stato accettato dal governo precedente e che non si può assolutamente permettere ad un'elezione di cambiare nulla. Perché abbiamo elezioni ogni giorno, siamo in 19, se ogni volta che c'è una elezione e qualcosa è cambiato, i contratti tra noi non significherebbero nulla". A quel punto ho dovuto alzarmi e dire: "Beh forse dovremmo semplicemente non tenere più elezioni nei paesi indebitati", e non ci fu risposta. L'unica interpretazione che posso dare [della loro visione] è "Sì, sarebbe una buona idea, ma sarebbe difficile da fare. Quindi, o si firma sulla linea tratteggiata o sei fuori"».
L'aspetto economicamente più rilevante a livello strutturale è che alla Germania in particolar modo non conviene una "Grecia sana e virtuosa", un paese prospero (vedi costosissime forniture militari accordate nel 2011 in cambio di un analogo piano di copertura e "riforme") perché in quel modo questo non sarebbe manovrabile secondo la propria politica industriale a regime neoliberista. Ad esempio, una delle proposte di Varoufakis maggiormente osteggiate dalla Troika era quella della redistribuzione della ricchezza in Grecia attraverso tassazioni fortemente progressive sui grandi capitali. Quello in atto in Grecia non è un'ondata speculativa legata ad un singolo bene strategico, bensì un vero e proprio aggiustamento strutturale neoliberista che di fatto ha già portato un terzo dei greci - oltre tre milioni di esseri umani - in condizioni di povertà. Di fronte all'enormità di questa situazione, affermare semplicisticamente che "anche i greci hanno responsabilità" significa non comprendere i meccanismi congeniti che regolano le scelte delle organizzazioni finanziarie creditrici, degli apparati industriali e delle rispettive rappresentanze politiche per le quali le manovre di redistribuzione della ricchezza da classi èlitarie a ceti popolari sono inaccettabili, in quanto ostacolano le preferenze degli investitori internazionali nella locazione del capitale, nei rapporti di produzione e negli obiettivi sociali perseguiti.
La totale contiguità al colonialismo economico e finanziario della UE dei vecchi quadri dirigenti delle (ormai ex) socialdemocrazie europee e di ciò che resta dei vecchi "partiti comunisti" ci fanno capire che la sinistra che non denuncia la vera natura antidemocratica, guerrafondaia e antipopolare della UE e più in generale del blocco NATO non può tecnicamente essere definita né "sinistra" né "progressista". Nei fatti si tratta solo di stampelle dei meccanismi cinici e freddi della reazione economica e politica dell'eurozona.
Fin dagli anni Sessanta uno dei fondatori dell'indipendentismo moderno Antoni Simon Mossa denunciò la radice autoritaria e verticistica del processo di "unificazione europea":
«L'etichetta di "Supernazione" data alla Comunità Europea non può ingannare nessuno, se non coloro che amano le belle parole e credono di toccare così gli obiettivi di una internazionale da decenni vagheggiata. In sostanza si tratta di un'arida operazione di concentrazione di potere, di un vertice che farà il bello e il cattivo tempo in tutta l'area [...] Tale sistema verticalistico instaurato dalla Comunità Europea consente il controllo della produzione, del mercato e della ricerca delle risorse a un piccolo gruppo di operatori concentrati al vertici, e instaurare la forma più pesante e più organizzata di colonialismo ad oggi conosciuta, perché non soltanto annulla la libertà dei popoli, ma la toglie a quelli che, come i francesi, l'avevano acquistata con una lunga lotta secolare»
Riteniamo che l'intero movimento di liberazione nazionale sardo debba ritornare alla genesi di queste lucide e profetiche parole e chiarire la sua azione di contrasto allo stritolamento che la Troika sta compiendo verso i popoli e i lavoratori d'Europa.
Pertanto il Fronte Indipendentista Unidu nei prossimi mesi si impegna a prendere contatti con tutte quelle realtà europee che chiaramente e senza zone di ambiguità abbiano una posizione di netto contrasto alle politiche ultra liberiste della UE e che pongano a base della propria politica almeno quattro punti fondamentali:
1) Uscita dalla UE e dall'eurozona e moratoria del debito [la UE è irriformabile e va smantellata. I sogni di federalismo europeo e di pacifica convivenza dei popoli enunciati per esempio nel "Manifesto di Ventotène" esprimono valori positivi e auspicabili che non hanno però nulla a che fare con la realtà di una unione di oligarchie finanziarie e militari che strangolano la prosperità delle masse lavoratrici e dei popoli europei]
2) Uscita dalla NATO [la NATO è stata fondata come alleanza difensiva in vista di una possibile invasione da parte dell'Unione Sovietica, ma questa alleanza militare è invece sempre intervenuta in guerre di aggressione imperialista. Non riteniamo che la NATO sia compatibile con i valori di coesistenza pacifica e di collaborazione paritetica tra popoli che auspichiamo, per cui siamo favorevoli al suo scioglimento e in ogni caso riteniamo che tutti i popoli liberi non ne possano essere complici pedine. L'attuale crescente militarizzazione dell'Europa non è sostenibile in quanto toglie risorse ai servizi primari e mina alle fondamenta la costruzione di una vera e duratura pace e prosperità tra i popoli].
3) Riconoscimento del diritto delle nazioni senza stato alla loro autodeterminazione. [La UE è una unione di stati e oligarchie finanziarie, non di popoli liberi. Molti stati europei infatti reprimono le minoranze nazionali, negano loro fondamentali diritti civili come l'utilizzo della propria lingua e ne utilizzano i territori come basi neo-coloniali, soprattutto di carattere militare, energetico e fiscale. Il riconoscimento del diritto dei popoli senza stato ad esercitare il diritto all'autodeterminazione nazionale è un fattore fondamentale di straordinaria dirompenza democratica e sociale che mette de facto in crisi le fondamenta stesse che reggono la UE e il blocco NATO].
4) Radicale revisione di tutte le politiche ultraliberiste in materia di lavoro, servizi, fiscalità e coercizione militare. [I governi della UE hanno varato misure gravemente antipopolari che hanno cancellato le principali conquiste economiche e politiche del movimento operaio e contadino del Novecento. La cabina di regia di questa reazione risiede nelle centrali economiche e politiche delle oligarchie finanziarie che comunemente chiamiamo Troika. Cancellare integralmente queste politiche economiche significa affossare le oligarchie e mandare in cortocircuito la ragion d'essere della stessa UE, aprendo una via di progresso sociale e pace].

Su questa base il Fronte Indipendentista Unidu si dichiara disponibile a partecipare alla costruzione di un'alleanza internazionale realmente progressista, anticolonialista e democratica avversa al blocco UE/NATO, assumendosi l'impegno fin da ora di lavorare sul terreno di scontro della lotta anticoloniale del nostro Paese, in particolare a contrastare con ogni mezzo necessario l'occupazione militare delle basi italiane e NATO che risultano attualmente indispensabili strategiche all'imperialismo e al colonialismo occidentale.

 

Fronte Indipendentista Unidu

 
 

 

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